10 gennaio 2021

Enigma - i cuori puri, ossia: i cuori soli

 
 La spingeva sulla bicicletta per le vie di Avignone, e lei rideva, e si accendeva la luce nell'ombra. Passeggiava insieme a lei per le strade di una città innominabile: la luce si accendeva, l'ombra si schiariva.

 L'ombra... Quell'ombra si estese, la luce di lei si oscurò. No, non per volontà di lei, no: l'ombra, che si diffuse in ogni ganglio di lui, che in lui albergava, fu grave tanto da coprire la luce di lei. Cadde il buio: si sciolsero.

 Separati, lui ricordava le vie di Avignone, si aggrappava al sorriso di lei che ormai era una scintilla nell'ombra del destino di lui, che era di sparire come sparisce un granello di sabbia sulla duna di un deserto senza fine.

 Lei ricorderà? Lui ricorda, e lui ama: disse una bugia. Lui l'ama, sì. Ma tacerà. E così tacerà chi leggerà queste righe, che presagiscono ad un segreto che si spiega soltanto agli occhi di chi rivive in esso: gli occhi di lei, che hanno la forma dell'enigma che vive in lui.


 Qui è il caso di una relazione forse consueta, eppure inintelligibile. Tra le storie di ogni tempo, ho aperto una breccia su quel che non si può spiegare: l'enigma del rapporto tra un uomo e una donna. Mi viene in mente Il Dilemma, canzone di Giorgio Gaber, scritta con Sandro Luporini, seppur in quel caso vi fosse il racconto di un tradimento, e non è questo il caso.

Serve l'abilità del vero artista per rappresentare esteticamente la relazione tra un uomo e una donna, casomai si avesse l'audacia di trasporla nella forma dell'arte.

Il racconto proseguirebbe idealmente in questo modo:

 

...chissà se lei saprà del tacere di lui, chissà se lui saprà della solitudine di lei. Chissà se si incontreranno ancora, se riprenderà a vivere quel che accese lui, quel che accese lei. Ed è facile immaginare come lui stia attendendo lei e come lei stia attendendo lui. Nel frattempo la vita si invola...

 

 Mi chiedo quale soluzione vi sia di fronte ad un'entità difficilmente inquadrabile, dai confini sfumati, che sembrerebbe vivere di una vita propria e che tuttavia parrebbe presentare una tale quantità di fattori, perlomeno nella sua genesi, che la sola osservazione si scontrerebbe con il limite della non indagabilità, se non per via dialettica, delle cause prime. Tale entità governa ciascuna di queste figure, ma pure ne determina il carattere.

I flutti di un mare - vorrei dire oceano - in tempesta scuotono queste creature: esse vivono in un rapporto vitale con tali onde. L'entità è l'oceano. Chiedere loro di cambiare il proprio assetto, cioè di modificare la propria rotta, significherebbe chiedere loro di fissare l'abisso dell'oceano che le anima, per regolarne la potenza. Quale sguardo leverebbero poi sul mondo, con quali occhi risalirebbero da tali abissi? Quale creatura viva potrebbe mai rivolgere l'occhio verso il cuore della propria vita senza tornarne muta, silente, verso gli altri?, ossia: non più disposta al dialogo con le creature vive, siccome non potrebbe più parlare con i soli fenomeni, le sole manifestazioni, i soli sintomi - e la vita sarebbe il fenomeno, la manifestazione, il sintomo, e non la causa cui essa ricercherebbe effettivamente il dialogo.

Riabiliterei quindi la domanda che già venne posta dal filosofo Nikolaj Gavrilovič Černyševskij, nel 1863, quando venne detenuto nella fortezza di Pietro e Paolo, a san Pietroburgo.

 
Černyševskij pose la questione in un'articolazione che qui non è trattabile, cioè indagò i rapporti tra i due generi sessuali sotto il profilo sociale, eppure, la risposta ad una simile domanda, tuttora latita: Che fare?



 

27 novembre 2020

(...) falsis nominibus imperium (...)

 

 Dalle distanze dei tuoi occhi

che più mitezza cantano,
dei tuoi occhi che più riserbo odono,
vivi.

 Cosa resta delle sparute dolcezze,
dei caldi sensi (segreti, pudichi)
nell'agitato nitore di questa ferina
diaria, nel giorno cieco – cieco,

che apre i tuoi occhi
all'assenza – di bordi – di penombre
erotiche perché discrete
di chi regge interi universi
nel silenzio, terzo al clamore – mistero millenario

di un ascolto nel grido
di chi voce ha perduta, tu vivi.
 
 

21 ottobre 2020

Flash

 

 Pubblico una breve raccolta di brani, in forma di bozza, tratti da un racconto a cui mi sto dedicando.

Ho deciso di confrontarmi con il genere della distopia: territorio assolutamente inedito per me; e, nella mia mente, già si affacciano autori quali Saberhagen, Clement, Silverberg, Brunner, Nelson, Dick, Garrett, Asimov e altri, altri autori che non sto ad elencare, che mi fissano, che mi sorvegliano.

Mi discosto dalla narrativa non di genere che ho sviluppato negli ultimi vent'anni e di cui sto rivedendo gran parte delle mie opere.

 I DeLillo, Pelevin, Le Clézio, Gide, Tolstoj, Sologub, Gogol', Čechov, Pasolini, Hugo, Dostoevskij, Céline, Mann, Hesse, Miller, Kerouac, Hemingway, Steinbeck, Faulkner, Borges, Hamsun, Márquez, Bolaño e altri, altri autori per cui vi evito una lista, stavolta faranno un passo di lato: i loro occhi si ritireranno o, almeno, sosteranno quali figure inanimate dietro ad innumerevoli finestre chiuse, serrate, perché altre si spalanchino.
Eppure già intuisco che i loro occhi a punta insisteranno nel fissarmi, filtreranno attraverso le fessure di quelle finestre – e già mi fissano, senza tregua, anche ora, anche nel sonno, anche nei sogni.
 
 Venendo ai brani che qui pubblico, dirò che il concetto intorno al quale si sviluppa il racconto, il quale si separa dalla narrazione presente nella prima serie di flash – narrazione abusata, trita, già vista, e tuttavia assolutamente utile a condurre il lettore su un terreno che gli sia famigliare, l'ho introdotto nell'ultima tranche di questi 'frammenti'. È da quel punto che si avvia la reale vicenda del racconto.
 In questo caso i potrebbe dire che il già visto risulta funzionale all'opera; ma verrà abbandonato e ci si rivolgerà verso le sabbie mobili del non-già-visto. Chissà cosa capiterà.

 Nota. Premetto, prima di lasciarvi alla lettura, per coloro che non ne fossero a conoscenza, che l'euroMOMO e il VHEMT non sono mie invenzioni letterarie. Si tratta di istituzioni realmente esistenti.

 

 ***

 

[…] mentre, a programma avviato, intere popolazioni si estinguevano; mentre un numero enorme di individui viveva nella sofferenza del nichilismo, scientemente provocato dalle istituzioni del tempo, mentre vivevano nell'insensatezza di un'esistenza in cui, per ogni azione costruttiva, per ogni fatica orientata a rendere meno dolorosa la vita, non esisteva risposta: né positiva né negativa, né privata né pubblica. Nulla. Mentre le energie individuali e collettive precipitavano nell'aberrante vuoto di una voce che grida nel deserto, dove le genti vivevano allo sbando, accapigliandosi le une contro le altre, cariche di livore e di frustrazione, ormai prive di qualsivoglia creatività, qualsivoglia costrutto, fosse anche povero, fosse pure ingenuo, ciascuno confinato sul proprio, insignificante trespolo, ciascuno esasperato sino alla morte, che sopraggiungeva sempre più di frequente, sempre più diffusa – morivano secondo un tasso mai registrato; gli enti di sorveglianza non lanciavano allarmi, risultavano terzi a ciò che andava via via delineandosi così come fu per l'euroMOMO, che non redigette rapporti né mai avviò indagini.

Mentre l'aria di morte si diffuse sull'intero pianeta e la disperazione bussò alle porte di ciascuna casa, per chi aveva ancora una casa, lui restava vivo [...]


[…] «Sì, è vero. In certi ambienti germinò l'idea, almeno all'inizio, che prima o poi lui avrebbe lanciato un messaggio significativo affinché si esortassero i governi del mondo ad indirizzarsi sulla strada che egli suggeriva. Inizialmente vi furono governi restii ad applicare, in toto, quel che proponeva: si producevano in decine e decine di contraddizioni, si disperdevano in centinaia di normative prive di una linea comune, e ciò ostacolava l'attuazione dello scenario che egli esortava a perseguire.»

«Quale scenario e quale genere di messaggio avrebbe dovuto lanciare?»

«L'attuale scenario. Egli esortava alla riduzione della popolazione mondiale, ma pensammo che presto avrebbe dato l'esempio: quell'esempio. E che lo avrebbe dato in prima persona, tramite un video, diffondendolo su ogni piattaforma, su ogni schermo... In fondo, i mezzi mediatici erano al suo servizio: i finanziamenti che versava ai differenti gruppi editoriali gli avrebbero garantito la visibilità. E bisogna considerare che, all'epoca, le popolazioni non erano state istruite a decodificare il linguaggio mediatico: erano prive di strumenti utili a comprenderne la costruzione, la struttura, perciò sarebbe stato semplice suggestionarle a mezzo video. Inoltre, le scuole insegnavano nozioni che, nella vita di ogni giorno, risultavano inadatte ad affrontare le evenienze più comuni: nozioni che non servivano ad acquisire una certa autonomia nel contesto sociale, né un certo giudizio critico, né una certa schermatura da ciò che li avrebbe potuti plagiare o controllare. In un ambiente permeato dalla comunicazione mediatica, queste genti, dai giovani studenti agli anziani, erano, ciascuno a proprio modo, dei bebè. Gli individui liberi, privi di timori legati alla propria sopravvivenza poiché avevano risolto il rapporto con la paura, avrebbero formulato critiche a quegli enti, a quelle istituzioni, a quelle figure ed a quei governi orientati a strumentalizzarli per fini assai discutibili sotto il profilo etico. L'idea che gli individui esprimessero un simile carattere non piaceva. Del resto era diffusa, all'interno di quella società straziata dal dolore, un'idea classista che albergava pure negli individui privi di potere, anche negli individui senza alcuna parte rilevante se non quella di subordinati: operatori di quel contesto cui nessuno aveva domandato loro il consenso ad esistere. In pratica, le genti di quell'epoca non venivano formate in funzione della loro libertà, della loro autodeterminazione, ma venivano formate in funzione del mantenimento di un sistema basato sulla produzione di beni e sul loro consumo. Le scuole formavano operatori di tale sistema e gli stessi operatori scolastici erano servitori di tale sistema, ma non ne avevano consapevolezza.»

«Ed il messaggio che lui avrebbe dovuto diffondere? Pensaste che fosse l'unico messaggio significativo, di una certa importanza?»

«No. In mancanza del video-messaggio, pensammo che egli avrebbe mostrato la tessera d'iscrizione al VHEMT (Voluntary Human Extinction MovemenT).»

«Però, se ben ricordo, né il video del proprio suicidio né la tessera portò mai al pubblico.»

«Infatti. Se avesse personalmente incarnato la propria istanza, se si fosse tolto la vita per dimostrare che era deciso a praticare ciò che idealmente sosteneva, se avesse dato l'esempio iniziando a sfoltire l'umanità partendo proprio da sé stesso così da mostrare una certa coerenza con la propria proposta, chi sarebbe rimasto a dare indicazioni, diritture, per strutturare il nuovo mondo?»

«Ah, capisco. Questa era la narrazione. E mentre gli altri morivano, lui restava vivo ed esortava i governi a ridurre la popolazione mondiale in funzione della salvezza del pianeta.»

«Esatto. E visse a lungo, incrementando anche di un certo numero i componenti della propria famiglia.» [...]


[...] quando si raggiunse la cifra stimata di cinquecento milioni di individui per l'intero pianeta, precisamente la cifra dal carattere arbitrario elaborata non dalla ragione e neppure avvalendosi della facoltà di stima fornita dall'immaginazione, bensì da quella qualità che, se sregolata, se esercitata senza disciplina, assume la forma di un canto di sirena, ossia: la fantasia, quel granello tanto affascinante quanto pericoloso; ebbene, quando si raggiunse la cifra stabilita, il termine massimo di durata della vita umana toccò non più di trentacinque, quarant'anni. Fu così che si scoprì una legge di ordine naturale. Nei primi tempi si presentò secondo un profilo nebuloso, non definito. Fu una legge non compresa, mai preventivata, mai concepita. Ma il tempo trascorreva e gli individui vedevano ridurre, senza intenderne la ragione, la propria longevità. Si apprese che la quantità di esseri umani determinava la durabilità della loro vita singola, individuale: minore ne era il numero complessivo e minore era la loro longevità. Ormai il numero era calato sino a cinquecento milioni, si moriva presto [...]

 

20 ottobre 2020


 Ma la salvazione si disperde
nell’appartarsi di scarne creature,
impiegate ormai da nuovi maestri;

e tremanti le pelli nei borghi,
tra le province, restano oscure
ai vestitori le facce,
i ragazzi, le cieche pulsioni...

Ma di scritte di scarne eresie sa,
tra le strade di muri sfitti e rotti relitti,
la gente; contrita coi contriti,
tra i rosi sorrisi spenti,
rimonta il «triste far niente»

di una sconfinata astinenza,
senza clamori o appariscenza
- pericolo di ogni resilienza...

la Resistenza;

è tra dirupi di scarni muretti,
e vicoli e stenti di vecchi,
dove sono - di nuovo - pudori violenti
di madri sbiancate ai figli repenti,

che non sono mai sazie
di chiari dolori, la gente
— e muta, discorde,
senza clamore

muore la Storia.

18 ottobre 2020

Delicatezza

 
 Ed Ellise moriva. La parte più genuina, più allegra, più gioiosa della sua personalità cedeva la scena ad un'inusuale ombrosità, ad un'assenza di quelle espressioni creative, acute, che avevano tratteggiato, sino ad allora, gli istanti di chi si era trovato a spendere il proprio tempo accanto a lei.
Pensare alla sua figura, riandare alle trovate del suo ingegno, ripercorrere le immagini che ella creava con le parole, così intrise di riflessiva gaiezza, significava, per un animo aperto, ben disposto, uno stacco dalle cose cupe e usuranti – esattamente quelle cose che annullano le forze di un individuo, che ne sciupano il vigore interiore e ne logorano l'aspetto esteriore, sino a far, di un volto, una maschera segnata dalle rinunce.


 La stavano facendo morire secondo i metodi propri di una crudele consuetudine. Si trattava di un atteggiamento ripetuto quello in cui ella, nella propria genuinità, si scontrava.
Se osava dir qualcosa su un accidente in cui era occorsa, magari una slogatura, magari un'infiammazione o magari addirittura una malattia, ecco che riceveva queste risposte: “C'è chi riesce a condurre una vita normale nonostante abbia un tumore”; “C'è chi ha vissuto con il corpo devastato dalle privazioni”; “Ho saputo di un atleta senza gambe che gareggia, corre e salta gli ostacoli; di recente ha ricevuto anche un premio importante!” 
Se, però, a quelle stesse persone fosse accaduto lo stesso accidente, ecco che mai avrebbero tollerato che si fosse usato un simile atteggiamento verso di loro; ed avrebbero risposto con protervia carica di rabbia e disdegno: “Ma che ne sai tu!”
Forse, a questo riguardo, si potrebbe usare questa parola: ipocrisia, seppur vi fosse anche cinismo e indifferenza.

 Il doloroso mondo in cui Ellise viveva senza che vi fosse, nel suo animo, intenzione di affrontarlo con la stessa moneta, cioè con lo stesso linguaggio, stava esaurendola sempre più.

Ella non era armata, non aveva difese né ne desiderava. E pensava: 'Se se ne prolunga l'esercizio, se ci si difende ad ogni passo, se si indossa costantemente un'armatura e se si maneggia, senza sosta, una spada, l'idea di rappacificazione rimane imprigionata sotto quell'armatura, mai si diffonderà nel mondo, e quel che si propagherà sarà soltanto uno stridio di lame, che provoca la sordità.' Pensava, senza curarsi delle difficoltà che stava vivendo, senza curarsi della morte che incedeva nel suo animo. 
 

04 settembre 2020

Sin Bieri



Mi versado li pilio, li gustie, li ferni li lole secante.
Ai mi fiia: i ciala, ela ciala, ai stenua a l'overta... Li na ciala.
Mi sio ansin ore strie, siu no atendi a cia: na miena, la cada, l'ai s'ela ia ciala.

Oi mi fiia innì mi lela... Li giane ontende s'ei narave: soi scoverse a rorso, a rardo, a blia.
Ei so sarel s'amur, m'ei sai liela revai l'ela - i niur. I ciala.
 

01 agosto 2020

Civiltà - Rifiuto del Cibo


 […] Gli occhi sempre più grandi sul viso sempre più piccolo erano la voce dell'universo che giudica gli uomini sani: li fissa attraverso quel plasma sferoidale che galleggia sul viso di una creatura moribonda, che esprime la forza universale e misteriosa di Dio, che è in grado di annichilire la figura granitica, fulgida, sana degli Ercole, dei Sansone, degli Achille, dei Maciste, degli Atlante, piegati ormai, di fronte a quel giudizio, nella tensione combattiva di un Laocoonte: la bocca aperta, le membra serrate, il mostro senza zampe, senza ali, tutto coda che li cinge nel mentre che il mare del giudizio divino li inabissa nell'oscurità, li flagella nel tormento buio di un Goya, li oscura, li rabbuia, li trascina nell'umbratile dubbio sulla vanità della propria potenza.
Non mangiare significa emanciparsi dalla vita basilare, elementare, sostanziale degli uomini, significa tagliare i ponti con la machine della natura, significa separarsi dall'umanità mangiona e incorreggibile, significa stabilire il segno di una civiltà da farsi, significa tracciare un monito tangibile verso il sublime, il giusto, il bello che si è trascurato di realizzare. Quando un essere umano rifiuta il pasto, ciascun essere umano è responsabile d'aver mancato alla giustizia che sa di portare nel cuore; quando un essere umano rifiuta il cibo, è Dio a farsi vivo. Se l'essere umano che rifiuta il cibo è un bambino, a farsi vivo è il Dio di Dio. Se l'essere umano che rifiuta il cibo è una bambina, allora la colpa degli uomini è incontrovertibile: la madre di ogni Dio si è affacciata nel mondo. E per gli uomini è finita.
Cosa “è finita”? Ciascun alibi, ciascuna scusa, ciascuna narrazione che gli uomini si sono dati per legittimare la propria esistenza, crolla. Sono nudi. Il mondo civile è perduto. Si dischiude il campo dell'arbitrarietà ed allora si svelano i retaggi della convenzione, dell'abitudine, dell'indolenza, della trascuratezza, della pigrizia e, a volte, della malvagità, del cinismo, del sadismo che hanno creato l'abominio di una bambina che rifiuta il cibo. L'intera civiltà è da correggere.
Ellise proponeva l'enigma dell'ago che tentenna tra due poli: da una parte gli occhi che si colmano di una luce santa, dall'altra il corpo che parla di morte; da una parte la vita liberatrice celeste, dall'altra la morte che ricaccia i corpi sottoterra o che li incenerisce. L'uranico e lo ctonico svolgono una lotta sulla figura di una bambina che prende le ali dagli uomini. Chi non vede ciò, è cieco; chi l'ha visto, ammutolisce. E... [...]

24 luglio 2020

Surfing in the Dark


 Il Sole si oscura, le nubi son tanto fitte da essere dure come iceberg (neri): si staglia sull'oceano un barcone rattoppato, scapicollano dal ponte intere vite umane nelle acque senza fondo, gelide e mortali, dell'oceano d'ombra. Arti, cuori, vite si squagliano nell'infaticabile tritacarne dell'umanità.
La barca attraversa le onde, i flutti imperversano contro la chiglia, i rami e le vele penzolano lacere lungo la murata e ai bordi della poppa.
Più della zattera della Medusa, più della traversata della Ballata del Vecchio Marinaio, più di una lotta con un marlin, più dell'affanno di un Gregor imprigionato nel catrame del proprio morire, i fumi velenosi si sfogano dall'acqua fangosa, pesanti come pece si diffondono nell'aria buia di una notte feconda di false aurore, che esauriscono i cuori innocenti, savi, terzi al clamore dato dalle grancasse del mondo. L'oceano porta il volto di una tempesta dell'anima.

“Ohimè ohimè, Carmelina, ohimè!” grida tra le strida una voce. Emerge tra i boati dei flutti la voce.
Sola, uccisa, geme ancora flebilmente, spossata, emette l'ultimo fiato e spira una bambina senza più occhi, rivoltata dalle acque, gonfiata negli organi interni sino a farle esplodere i polmoni. E cadono dalla barca vite mai compiute, schiaffeggiate dalle vele stracciate di quella esaltante promessa.
 Priva di stelle polari che ne traccino la navigazione, ormai in balia di un tormento senza posa, priva di quelle coordinate secolari che rischiaravano la traversata impedendo la comparsa del principio annoso di imitazione della storia, l'umanità si imbarcò operosa. Fu allora che vecchie costellazioni che regolarono la sua navigazione vennero rinominate: gli antichi miti, i passati riferimenti, i nomi secolari stagliantisi ogni notte nel cielo, suscitavano un conflitto disagevole agli uomini in vita, orientati a trattare con nomi quali GlaxoSmithKline, Monsanto, BCE ed una serie articolata di ulteriori acronimi – sigle figlie del mercato mondiale.
Quando esse, le creature umane, volgevano gli occhi al cielo smarrendosi di fronte a nomi che esse non riconoscevano più: Cassiopea, Sirio, Andromeda e altri nomi ancora, nella vertigine data da quel conflitto tra il passato narrato dal cielo, che avrebbe dovuto parlare di un eterno presente, e le stelle terrestri tra le quali vivevano, esse, le creature umane, decisero che le costellazioni del cielo dovessero essere rinominate. Fu allora, su quella volta che regolò anticamente la navigazione, che si impressero nuovi nomi alle costellazioni, nuovi battesimi ebbero vita: Standard&Poor's per indicare l'antica costellazione del Cigno; spread per definire la Croce del Sud; Microsoft in vece dell'Orsa minore, separata di cinque misure da Google, la vecchia Orsa Maggiore o Grande Carro. Nestlé in loco di Orione.
Morirono i miti sopravvissuti nel cielo.
Dopo Dio, anch'essi furono suffragati dall'ombra del mercato, che ogni cosa nominava per determinarne un prezzo e disporla alla vendita, subordinata al sistema della circolazione del denaro. Così nominata, così circoscritta, così definita ogni cosa avrebbe perduta la propria caratura misterica, che era in linea con l'essenza della vita e dell'esistenza; e ogni cosa avrebbe ceduta la propria sacralità. Ogni cosa divenne prodotto, ogni cosa cadde nel regime di causa-effetto che corrisponde ad una rete che l'essere umano si assegnò per svisare la sostanza cangiante del proprio sé, priva di ragione comprensibile al suo esistere. Per farsi cieco e sordo qual è l'essere brutale che di ogni cosa ne traccia un confine appellandola in un motto, per cacciare nell'oblio le grandezze che gli regolarono le primordiali tensioni, l'essere umano si diede la propria estinzione infilandosi in una via buia. Fu che, scrollatesi dal cuore, dalla memoria, dagli occhi intere costellazioni, la barca batté l'oceano dei demoni, degli spiriti e degli spettri sempiterni – vera essenza per cui l'essere umano incontra il principio della propria esistenza – e pensò, l'essere umano, di acquistare la libertà distruggendo i nomi del passato. Ma, sbarazzatosi della memoria del passato, perse la parola e, perdutala, muto rimase nel confronto con gli spiriti, nuce della sua esistenza. Perché esiste esclusivamente quel che si può immaginare.

Ora, più pesanti, inette, le creature umane navigavano nell'oceano della loro vita buia, preda di una rediviva Babele dove ogni cosa, proprio perché vista, si fece impenetrabile.
“Francesco... Laura... Silvia...”
Ovunque bocche irretite che più nulla dissero, occhi che più nulla rifletterono. Si comminarono elenchi di frasi, formule invitte scivolarono tra i denti che si palesarono in ogni immagine di sé, dannati spiriti si avvicendarono sulla plancia, esaltazioni contro esaltazioni si sfracellarono nel giro di una instancabile finzione, felicità nate da una consueta formalità, mostre di pose vincenti ad ogni incontro e smarrimenti e inadeguatezze, alienazioni e frivolezze, sensi di colpa e incertezze visibili. L'originalità sfumò tra le righe di un programma; la vita si svuotò tra le schede di un protocollo. L'algoritmo batté il tempo agli uomini. Dì e notte furono sogni raccontati da altri, non più ricordi, mai più presente. La produzione divenne continua, si svisarono i circadiani, le paratassi si fecero comuni, le schedine atte a ridurre interi universi umani divennero prassi.
“Francesco... Laura... Silvia... Non vi vedo nella nebbia! Gridate il vostro nome, gridate quella cosa orribile che, sussurrata da voi stessi a voi stessi soli nel letto, prima di dormire, al buio vi fa tremare sin nel midollo: il vostro nome, gridate l'orrore dell'ordine che mai si è domandato. Gridatelo, vi prego, gridate questo orrore così che vi possa trovare nella vostra verità!”


 La chiglia spezzata si produsse in un fragore. Un ammasso spumeggiante sommerse il ponte. Si scardinarono le balaustre sotto la spazzata del buio oceano; rigurgitante, l'oceano sciolse ogni vita umana per inabissarla eternamente in un gelo senza luce. Ancora qualche voce portò il vento sino ai bordi di una landa mai nominata, per il resto fu l'oblio di una Castalia mai sfiorata.

18 luglio 2020

Il Potere


Cogli occhi aperti a rate,
care collane di sterco in veranda
                                        attratte dal mare,
colle soglie bruciate
e le scommesse di vita ab ovo tentate,
restano strade incrociate,
                               giusto incrociate,

nel presente che precipita fiori
                              che ardono spenti,
                                         che sanno di te.

E sui piedi la morte, le dita amare,
i denti erosi, la senti cantare
                                        il tuo nome

mentre conti i tuoi passi, squadri le vite,
stili i ruoli,

redigi.
                                             Dici d'amare.


12 luglio 2020

La Giostra della Morte


 E l'uomo alzò le inferriate dell'ordine assoluto, e qui escogitò le ragioni per giustificare la propria esistenza.
L'archeologo fissava con sospetto lo storico poiché lo storico assegnava una sincronia, una narrazione secondo logica umana, una sequenzialità alle cose che in realtà non possedevano logica né sincronia né sequenzialità, che affondavano le loro origini nel buio del “tempo profondo”; il filosofo guardava dalle distanze compiaciute della propria dialettica, e da quelle del proprio disprezzo, lo scienziato: l'esclusiva ragione di questi consisteva nel non inventare una spiegazione sull'esistenza umana o sull'esistenza tout-court. Il religioso poi prese a battere il filosofo, che nelle sue invenzioni mancava di nominare Dio quale artefice delle cose, poiché era necessario trascurare la sostanza delle cose attraverso la spiegazione divina. Si rifugiò allora, il teologo prima ancora del religioso, nel dialogo con le cose prive di corde vocali.
 
La vita fu allora una giostra mortifera che perde bare ad ogni svolta. I raggi del Sole, il gatteggiare delle stelle lontane, gli incessanti mormorii delle acque, le gocce che fan luccicare i luvertin piegati dal peso di quelle gemme che volatilizzano al calore della primavera e le altre gemme che, dure, brillanti, rendono figure fragili sui rami gelati, bianchi, dell'inverno diventarono una sorta di favola proveniente dall'anticamera dell'esistenza.
Gli uffici della giostra risultavano terzi alla meraviglia dell'ignoto cui ciascuno proviene, cui ciascuno è destinato. La sospensione dallo stupore millenario si fissò nei giorni.
Incastrati nel ginepraio sterilizzante delle circolari, esauriti nell'alterigia alienante degli attestati, sbiaditi nel nominare ogni cosa per poi ogni cosa prezzare, devitalizzavano la straripanza della vita attraverso il giogo dei bolli, delle carte, delle certificazioni.
 

Tremore ―— una placca sopra un'altra placca frenò il gioco mortifero.

Si sciolsero i legacci, le carte sbiancarono, crollarono le ragioni create per giustificare la propria esistenza. L'acme, e poi il vuoto.

Crollarono intere nazioni di fronte alla dolcezza di un verso.
La gara delle parti, la competizione dei ruoli, nel girare delle glorie, degli onori, dei gradi sociali, si interruppe. L'impero si sciolse, i lustri si dispersero.

La stasi.

  Nell'assenza dell'impero - come nell'impero - tornò la furbizia a spandersi tra i vuoti dell'intelligenza. Ancora la superstizione germinò tra i vuoti del sapere. Ancora si avviò la macina dei ruoli sociali.

Il filosofo riprese a battere lo scienziato, lo scienziato riprese a diffidare del religioso.
Come avvenne tra il filosofo e lo scienziato, tra lo storico e l'archeologo, tra lo psicologo e l'avvocato, il disprezzo fu reciproco ―—― e dissimulato con sorprendente insincerità. Se poi il disprezzo venne dichiarato, si vide che conveniva a certuni disprezzarsi reciprocamente alla luce del sole - senza pudore.
 
 Allo scoprire un cosmo differente dal proprio, all'intuire una prospettiva significativa quanto e più della propria, all'immaginare alibi differenti da quelli sui quali ci si sostenne e che avrebbero svelate la natura delle ragioni giustificatrici e l'asprezza, la frivolezza delle azioni umane, l'individuo avrebbe ottenuto una vertigine e, come il console Buddenbrook, avrebbe riposto il libro della rivelazione sullo scaffale ― per riaprirlo mai più.

―—―



Il poeta. Egli fu il solo ad attendere la morte con l'aria di chi vive - e rivive - nel raccontare le cose del mondo.
Le folli ragioni per cui gli uomini assegnarono una giustificazione per i dolori, l'ostinazione nell'esaltarli ricoprendoli con nuovi dolori, gli alibi ai quali essi consegnarono la propria esistenza, si svuotano nella parola di quella lingua appartata... Di quella creatura marchiata dall'inadeguatezza verso ogni tempo.
Così chiariti, gli alibi si svuotarono della loro ragione - e si esaurirono quanto si esaurisce una lucciola di fronte al riflesso di sé stessa.
La stessa parola che fa crollare intere nazioni nella dolcezza di un verso svuotò di senso le ripetute ragioni ― ed il dolore trovò una parziale risoluzione nella sua sola definizione.
 
E muta, discorde, rosa di ruggine si arrestò la giostra della morte.

04 luglio 2020

C...


All’ora del nostro amore mancherai,
C…,
e t’amo nel silenzio,
nel sorriso,
nel partire.

T’amo è tutto un bisbiglio,
che va, sussurra,
e da ora
e da prima
come in silenzio,
t’amo.
 

02 luglio 2020

Din Don Dan - Avignon


 Sono teso. Un organismo continuamente in tensione trova la sua distensione tra le svolte di un labirinto.
Scopro un'aria sottesa tra ispirazione e esitazione in questa città dai teatri e dai vicoli con le targhe intitolate a poeti e artisti formidabili, che annienta o piega il tempo nell'ispirazione riflessa di questi uomini. Nell'infilare un vicolo che si stringe sino alla misura di una feritoia si scopre, oltre la strettoia, una piazza; si discendono gli scalini della piazza e si scopre un chiostro; lo si oltrepassa e si ritrova un carruggio che corre attorno l'intero perimetro interno alle mura della cittadella costruita su più livelli.

 Avignone, i vicoli che ho descritto stringersi fino alla misura di una feritoia e le piazze che si aprono alla fine di un vicolo, e il palazzo dei Papi che si mostra esteso ma discreto nella sua estensione e il carruggio che rende la città dei Papi raccolta nella sua discrezione, instilla un'aria di vertigine e di rivelazione. Non è raro che in una passeggiata solitaria, di notte, si senta il rumore di un diavolo che ha preso la nostra direzione; al voltarsi si scorge una vecchia signora magra, con i capelli lunghi, grigi, che parla una lingua che non è il francese. Sparisce.
Non si sa: l'influenza delle targhe titolate ai creatori plurisecolari che influenzano la passeggiata, non si sa. L'essere capitati nella cittadella in quel periodo estivo in cui si tappezza di manifesti per celebrare il mese del teatro, dell'artisticità sparsa per le strade. Non si sa. Neppure si sa se sia l'aria francese di una delle città più francesi della Francia. Si sa invece che i propri riferimenti subiscono uno scuotimento e che si vede un Kierkegaard in cima ad una scalinata ridere di noi, ma non si ha paura: una sorta di misconosciuta attrazione ci spinge a camminare, a inoltrarci per quel labirinto del quale conosciamo già le svolte ma che è impossibile da non percorrere. Ci si inoltra e svolta dopo svolta, muro dopo muro, le prospettive cambiano: la vecchia signora magra muta in bambina, poi in orco, poi in una pietra... Kierkegaard smette di ridere, compare Nietzsche...: dietro di lui il volto di Dostoevskij: entrambi, Nietzsche e Dostoevskij, ti fissano e si sprofonda nel labirinto che ha preso la forma di un girone. Ci si dice: “guarda la mia virtù s'ell'è possente, prima ch'a l'alto passo tu mi fidi”, ma già 'sé stessi' ci giunge come un'eco lontana, perduta tra risate, pianti, allegrie scordate e le tue mani sono vuote: è la perdizione, tutto sfoca e prende forma un disegno dai confini incerti, carico di una sensazione di delirio. È il disegno, parrebbe, della tua vita... Ma nel fondo del girone c'è una scintilla che ti mostra lo scenario di un Petrarca che incontra la sua Laura proprio qui, in Avignone, in quella chiesa di Santa Chiara dove hai sospirato per un uomo che dormiva sotto un cumulo di cartoni. Prende vita lo scenario di una peste che si aggira per l'Europa e che, uno alla volta, fa cadere gli abitanti di questa Avignone popolata ormai soltanto da un quarto dei suoi abitanti: il resto sono casse che si alternano, corpi che scompaiono, bolle di un papa che intima di non bruciare gli ebrei “poiché essi si ammalano come noi”. Sono il pianto di quel Petrarca che con Dante e Boccaccio diedero dignità storica alla lingua che sto usando per dire come a volte ci si perda per riscoprirsi e per ricordare, con questa lingua, la scomparsa della sua Laura per via della peste. Sono quella vita per la quale il sipario che si vorrebbe calato è troppo corto, troppo stretto, ed a volte lascia intravedere la vastità intrisa di un'allegrezza così crudele da farla sembrare arcaica, percorsa da tratti che fanno tremare e che di fronte ad una ricetta per farla quadrare si ribella e suggerisce: “Io sono eterna, non mi puoi frenare (e mi fuggo tuttavia)!”
 
 Si fugge così la vita tra le vie di un'Avignone spettrale, segnata da figure cupe, oscure, deliranti, dove la tensione - la stregata tensione - sfuma soltanto tra gli arzigogoli, gli incastri, le svolte di un labirinto senza soluzione, dove si affronta una solitaria passeggiata notturna al passo di un diavolo che ci segue; e dove la vita appare svelata a tratti, per poi rinchiudersi nella sua feroce impenetrabilità.

28 giugno 2020

Parvulos de Paris


La notte l'ho trascorsa girovagando per la città per perdermi in una delle mie insonnie non così rare, che governano gli istanti della mia vita con sogni terribili alternati a lucidità terribili, allucinazioni e eccitazioni nervose che arrivano a procurare addirittura minuscoli tremolii delle gambe, altrimenti vibrazioni delle dita e dei dorsi delle mani - però senza provare malessere: semplicemente il mio corpo si scatena nelle sue fissazioni, che si placano appena mi metto in moto.
Sono in tensione.

Un organismo costantemente in tensione trova la sua distensione tra le svolte di un labirinto, per questo sono uscito per percorrere i vicoli di una capitale bianca dove mi trovo in questi giorni: Parigi, che somiglia ad uno sconfinato sepolcro imbiancato; la metropoli è costruita su una miriade di catacombe che forse sono meno paurose rispetto ai “loculi” di superficie, cioè le abitazioni. La gente stenta - a ragione - a chiamare “casa” questi loculi, nonostante li abiti.

Se dovessi mettere dei fiori alle porte di queste abitazioni, credo che la città ne guadagnerebbe in onestà: del resto un cimitero senza fiori è come un prato senza bimbi e
qui la notte, di bimbi, non ce n’è, ma si intravedono solamente dei profili che appaiono e scompaiono tra le traverse dei vicoli come lumini, profili che rovinano in terra con straordinaria sollecitudine forse per paura di quel che hanno visto altrove, forse di giorno.

Passeggiando in solitudine, un uomo di quarant’anni al centro di un marciapiede era accovacciato, forse dormiva, con una barba sporca e stopposa che si contorceva in nodi spessi sotto il collo; un altro uomo era ai piedi di un muro, sdraiato su dei cartoni con una coperta. Era magrissimo, il viso scoperto, glabro se non per delle basette rossastre e, per tanto che fosse spigoloso di viso, faticava a confondersi con le grate sulle quali era sdraiato. Un altro ancora, nella zona di St. Marcel vicino al mercato biologico non distante dal Boulevard Arago, accanto ad una pensilina artigianale di una metro di quelle antiche era disteso a pancia in giù, senza coperte e con la maglia strappata e i pantaloni e le mutande abbassate sotto la vita; il corpo era robusto, ma un braccio credo che fosse atrofizzato per via, credo, di una emiparesi. Nel voltarsi l’ha sostenuto con l’altro braccio; il viso, una guancia non corrispondeva ai movimenti dell’altra.


Ho trovato, a Place d'Italie, una ragazzina di sedici o diciassette anni che stava appoggiata contro una colonna d’un edificio vicino ad un’altra pensilina. Era minuta, i capelli molto lunghi, lunghi fino ai fianchi, d’un nero corvino che dondolavano assieme alla testa, appariva ubriaca. Le mancava una scarpa, che ho ritrovata dietro l’edificio: nel riconsegnargliela la ragazza mi ha sorriso, ma sembrava che il viso fosse lì lì dal caderle dalla faccia, tra un’espressione delle più fiacche. Nel rimettersi la scarpa questa ragazza è inciampata su sé stessa, ha picchiato il naso contro il lastricato e le ho ripulito il sangue; nel contatto con il corpo, la debolezza dei muscoli che le sentivo addosso la rendeva molto pesante.

Una donna, minuta anche lei ma sui sessanta, i capelli ricci e grigi, camminava a quattro passi da noi mormorando in spagnolo – perlomeno, sembrava spagnolo quella lingua che ha gridato rivolta verso un gruppo di ragazzi sui trenta, algerini, che non si sono curati troppo di questa donna dall’aspetto come d’una nutria invecchiata.

Ho abbandonato questo distretto per dirigermi verso Austerlitz, dove ho
cercato il portoncino di un palazzo abitato da Mirelle, un’amica che fa la prostituta. Appena entrato nell’appartamento strettissimo, un vano sordido e scuro, un ragazzino di forse undici, dodici anni che dormiva sul divano accanto all’ingresso ancora svestito, solo girato su un fianco, restava nudo sotto una piccola raffigurazione (una stampa naturalmente) della Madonna di Pompei.

Con Mirelle ci siamo diretti in cucina e, rivestendosi mi ha indicato il ragazzino dicendomi: «Paris… hécatombe des enfants.»
«Sì Mirelle, hai ragione» le ho risposto, ed abbiamo riso svegliando il ragazzino che, vedendomi accanto a Mirelle mentre lo guardavamo si è agitato, e ha pensato di andare via. Così ho trascorso questa notte parigina, in questo sconfinato sepolcro dai tetti imbiancati.

14 giugno 2020

Gioventù e Tensione: la Creazione


 L’encomiabile e avversata creatura volta alla labirintica solitudine, volta alla creazione, ora era smarrita: Paolo Bima, quarant'anni, era la creatura del sacro mondo dei cultori, il cielo delle lettere: lo fissavano con zelo e ammirazione, forse con sottintesa volontà di somigliargli gli uomini della sua epoca. Paolo Bima era uno scrittore con la sostanza poetica, la sostanza impenetrabile eppure viva d’un fondamento inesplicabile.
 Ventiquattrenne, spendeva i suoi giorni in distacchi tremendi dal resto delle persone, e scriveva. Cosa? I suoi primi fogli giunsero nelle mani dei “giudici” per chissà quale via: fu un terremoto. Una notte la porta della sua stanza si spalancò, ne entrarono nugoli di facce stringendo le sue bozze tra le mani; si affacciarono al capezzale del suo letto, dicevano: ‘ma si rende conto di cos’ha scritto, si rende conto?’ e, piangenti, accalorati, esaltavano la verità espressa in quelle righe fitte d’una precisione, d’una sognante e concreta puntualità che solo l’artista possiede - e Paolo Bima fu catapultato nel regno degli eletti, i silenziosi re degli uomini, così discreti, così mostruosi, forse malati e oscuramente brillanti: prodotti dell’umanità di cui l’umanità accusa eppur stima, talvolta con dispetto e con circospezione l’opera.
 Col tempo quasi il giovane scrittore ricusò la prima opera, sentiva che quelle righe passate erano un peccato, come troppo imprecise, troppo ‘folli’ pur se nella follia si ravvisa la prospettiva umana. Allora i suoi scritti iniziarono ad assumere una forma didattica, un che di educativo... superò questa trappola dello spirito... divennero plastici, forse acquistarono una sostanza persino classica, mai pedante… Gli si ravvisava sempre più il distacco, l’ubiquità, la placida compenetrazione dello spirito, la tensione inclemente della riflessione. Gli tagliavano il volto i segni della rinuncia, sfociando inevitabili nei suoi parti, e già qualcuno lo imitava ― fallendo, inevitabilmente fallendo poiché la vocazione è un moto inconquistabile, di sofferenza perpetua, un sigillo dello spirito proveniente dagli abissi dell’essenza ― che è inaccessibile agli uomini. Paolo Bima rappresentava l’essenza e la fatica, la piena abnegazione: isolato, non si può dire giovane poiché la gioventù è un dominio del mondo. Dietro la patina cristallina del viso segnato, una parte del mondo cercava di mascherarne la qualità ammonitrice prostrandoglisi, lusingandolo e cercando di comprenderlo, ma era inutile poiché, come i morti, i tesori degli uomini costellano la vanità, che soddisfa gli animi sottomessi alla propria epoca. E di eccentricità, di mediocrità, di sottomissione o di mondanità in Paolo Bima non c’era traccia come non ce n’è in un’anima immortale. Tutto il suo tendere somigliava piuttosto alla discrezione, alla modestia, al silenzio ― come volesse essere lasciato in pace, forse desiderando un’esistenza comune, esigendo persino la vita d’un uomo normale che non geme di quegli afflati che in lui governavano così biechi il sonno senza pietà, che si spingono ripetendosi, imitandosi…
 Così Paolo Bima si spense. Lì lì dall'iniziarsi, l'indomani avrebbe visto un'opera inedita; il mondo rumoreggiava, le invidie scalzavano le energie che avrebbero potuto sublimarsi in un che di fertile. Le tensioni degli uomini circolavano tra i limiti delle loro offese, le loro pulsioni erano soggette agli stati annichilenti dei loro compiaciuti torti dove si esaurivano le intuizioni, le creazioni artistiche cedevano, sparivano. Il mondo si svegliava. 

07 giugno 2020

Estratto da: "Ombre di un Dio Sospeso"


Quello che sarebbe stato il futuro padre di Chiara, da ragazzino aveva frequentato il catechismo del paese di D..., ed una volta – davvero solo una volta - aveva fatto il chierichetto alla messa domenicale delle sei, quando c’era poca gente. A nessuno confidò mai con quale emozione, quell’unica volta, avesse atteso il momento delle due note frasi: “e prese il pane…”, “e prese il calice…”, per togliersi lo sfizio di suonare il campanellino della funzione, rintanato, tutto accucciato sotto l’altare. Tuttavia anche lui, come molti altri bambini, escogitava delle astuzie per mancare alle ore di catechismo.

Siccome venivano saltuariamente organizzate gite al monastero di… o al luogo dove…, per "schissare" il ragazzino compilava un foglietto dove si spiegava che per quel sabato i ragazzi dell’oratorio sarebbero partiti con il pulmino per andare alla Chiesa della... a fare il…. Portato il foglietto alla madre, le diceva che non era necessario andarci: così lei non l’avrebbe mandato, per quel giorno, al catechismo. Certo, come trucco era infantile e sicuramente la madre sapeva che il foglietto era un’invenzione del suo figliolo e che le lezioni di catechismo si tenevano anche quel giorno, come sempre, negli stanzini ecclesiastici. Ma sapeva pure quanto fosse importante per il figlio poter andare a giocare al campo davanti a casa con altri bambini che, al catechismo, si facevano vedere ben di rado. Del resto non è che fossero una gran perdita quelle ore evitate anzi, di ciò che veniva insegnato talvolta i bambini ne facevano confusione... come quella volta che vennero a sapere che la gravidanza di Maria, la Madonna, si imputava ad una cosa chiamata conceptio per aurem e, cercando di creare essi stessi un nuovo, strano Gesù, misero nell'orecchio di una bambina quattro formiche che uno di loro aveva giurato di sentir parlare. Ma quando misero le formiche nell’orecchio della bambina, la prodigiosa gravidanza che si attendevano non si manifestò: successe che una di quelle formiche pizzicò la parete del condotto auricolare arrivando ad infiammare persino il nervo acustico-vetibolare della poverina, la quale fu portata al pronto soccorso con grande spavento di tutti. Il miracolo fu che i tre bambini non vennero puniti, ma giusto giusto una tiratina d’orecchi... E non si azzardarono più a combinare uno scherzo del genere, continuando però a chiedersi in quale modo, allora, la Madonna fosse rimasta incinta.

04 giugno 2020

L'Ufficiale - La Salsa Borlotta


 Pietro Morra era un uomo che presentava un'espressione del viso perpetuamente grave, che si notava spesso, un tempo, indaffarato e scostante su vasetti e sostanze contenute in una serra delle nostre zone.
Proveniva da Pozzuoli, dove si era candidato come UPC, Ufficiale Pilota di Complemento, ma, trascorsi i dodici anni di ferma, decise di abbandonare l’attività aeronautica, trasferirsi da noi e cominciare quella che oggi è una poderosa impresa agricola. Quando lasciò la sua carriera, che sarebbe sfociata nel civile, fu additato da più e più persone come un irresponsabile, un sognatore, un uomo scapestrato, un… Chissà che altro. Con la testa zeppa di fantasticherie, forse inculcategli da un tale, un certo signorino partenopeo che un giorno, quando ancora quest’ufficiale militava nel napoletano e già soffriva di una sorta di “ansia da accademia”, ossia sottoposto a quelle discipline che poco rappresentavano l'idea che, già in germe, si stava strutturando nel suo complesso personale, lo avvicinò.
Il signorino partenopeo, di cui non seppi nulla al riguardo del nome, dell'età, della professione – se ne esercitava una, se ambiva ad esercitarne – cogliendo che l’ufficiale non pareva così deciso della propria militanza, gli illustrò una teoria sul mondo, arrivando poi a concludere: “...che molte e molte persone si gratteranno la testa per tutti i guai di ‘sto mondo, allora ci sarà bisogno di qualcuno a difenderle dalla canizie.”
Con l’idea dei capelli nella testa, l’ufficiale pensò a suo fratello: un sindacalista malfermo d’indole che spesso gozzovigliava in affarucoli di poco conto; e gli domandò della cascina, se poteva acquistarne una parte, trasferirsi con la famiglia e lì badare alle terre che, nel frattempo, come si diceva allora e come si dice ancora oggi, erano “andate in malora”. Questo fratello, che portava il nome di Primo, recalcitrò all’idea di dividere la cascina in due; poi, però, vagliò la piccola fortuna finanziaria derivante dalla vendita e, così, con un certo malumore, concesse all’ufficiale le terre e metà della cascina.
Dunque l’ufficiale si trasferisce. Pianta tutto e si sistema, assillato dalla propria moglie per causa dei suoi propri esperimenti. Si cimenta infatti tra armamenti, tubi, corde, ricettacoli botanici a provare realmente la via di un balsamo prodigioso: un balsamo, sì, ma non per capelli, bensì per le mani. ‘Ché’, pensò, ‘il mondo sarà pieno di guai, certo, ma se i capelli cadono è per via delle mani, che sono lerce di dubbi affari: gratta e gratta e i capelli si sporcano e cascano’. Convertì dunque parte delle terre in piantagioni di fagioli: fagioli borlotti. Non si sa come mai, ma si convinse della qualità benefica, forse addirittura salvifica nei termini di una levatura di fede celeste, di questi legumi.
Del tutto assorbito dalle proprie intuizioni, l'ufficiale, che allora aveva trentatré anni, sprofondò negli esperimenti; tentò incroci, miscele, compressioni della terra e illuminazioni gradanti, impianti e teorie vegetali del XVII’mo, XVIII’mo e XIX’mo secolo; studiò il Tacuinum Sanitatis in Medicina del XIV’mo secolo contenuto nella biblioteca nazionale di Vienna, ne dedusse la pericolosità del sesso femminile in natura, le influenze del ciclo con la flora, ne discusse le valenze e spartì la teoria, riducendola e smontandola in ogni sua parte, nella riflessione sulla morale di quel tempo istituzionalmente a perdere, dove poi considerò, infatti, la matrice femminile nell'agricoltura stanziale, il contributo della donna verso la maturazione dell'agricoltura e le sue evoluzioni; trasse allora ispirazioni da strambotti originali del XVI’mo secolo di Vico Antonioni e si disperse nello studio delle evoluzioni botaniche: lo colpirono gli amenti delle betulle, il monoicismo dei vegetali e comprese, degli amenti, relazioni inconcepibili con la terra di Amente, l’oltretomba, considerando il monoicismo vegetale con l’androginia celeste, ponderando se le betulle non fossero piante del paradiso; vagliò la possibilità e ne trasse distillati di stami e di pistilli iniettandoli nei suoi fagioli. Ma, quando sortirono dei borlotti sbilenchi: bluastri nella guaina e malridotti nella polpa, si svilì.
Sortiva allora dalla serra con un abbaglio di cupezza negli occhi.
I contadinotti vicini mormoravano grossolanamente sul conto dell’ufficiale: appellativo che da subito, appena si era diffusa la storia della sua vicenda, gli affibbiarono.
Lo additavano e ne ridevano, i pettegolezzi si sparsero e la vita per la famiglia di Pietro Morra si fece grama.
La storia di un ufficiale dell’aeronautica militare che aveva mandato all'aria la sua carriera, che tentava la vita campestre e che, tra l’altro, agitava i pugni e scansava ogni cosa che riguardava il suo passato, sempre segregato in una serra, con certi ammennicoli… Figuriamoci! Questa storia faceva spanciare; e, per di più, l’ufficiale si era inerpicato per certe critiche allo Stato che gli attiravano le antipatie degli eterni indifferenti e degli eterni normalizzatori: i conformisti della ragione, per dirla con Lelio Basso. Certi pamphlet, stampati da lui medesimo, su certe questioni del Kosovo, sull’uranio contenuto nei proiettili, sugli ammalamenti di cancro da parte dei soldati italiani: “Eh, guarda quello là. Una carriera…” propalavano ad alta voce; e poi, mormorando, incalzavano: “Eh, leggi qua…”
La moglie e il fratello non patirono più la pubblica carneficina e provarono di dissuadere l’ufficiale, ma questi non demordeva anzi, rintuzzava criticando al fratello le scappatelle da pietoso donnaiolo ed alla moglie: “Da che parte stai?”
Proseguiva così l’attività di quest’uomo.

 La moglie si affaccendò nei boschi, ebbe l’arguzia di creare clientele che supportassero la vita finanziaria della cascina. Tra i boschi di faggi e di betulle e le colture di gran turco, oltre alle colture di frutti di bosco, operò facendo fronte alle incombenze dell'anodina trivialità. Come l’ufficiale nei propri esperimenti, questa donna sprofondò nelle attività di economia finanziaria, forse anche indurendosi: studiò fascicoli, si spese nell'esercitare le formule sui montanti e sulle quote frazionarie estrapolandole dalle scommesse finanziarie, ridusse il concetto di proiezione ad un logaritmo a base negativa, sviluppò teorie macroeconomiche confrontandosi con le leggi di Ricardo, con la caratura lessicale di Smith, con la risoluzione del post-bellico capitalismo di Keynes; elaborò riservate considerazioni di ordine etico presagenti un vulnus vitae perdurare e si diffuse nell'alimentare tali considerazioni con calcoli dalla meccanica certa e dalle variabili aleatorie, trovando l'insufficienza applicativa delle formule di matrice iperproduttiva proprie del regime liberista, che di per sé esprime la concezione esistenziale, estratta dall'ambiente valoriale borghese, dell'aristocrazia. Pare che centrasse qui, tra le considerazioni etiche e le espressioni finanziarie, la sua attitudine migliore in relazione all'utilità famigliare, dunque collettiva, dove ella si scoprì del tutto abile a trattare in abstracto e a far di conto.
 Tra le articolazioni dell’attività, le stime congetturali e lo svolgimento pratico, i pensieri sull’uomo di suo marito, rintanato ormai pure tra le carte di sfaccendati polileriti e le più serie pubblicazioni manuziane del XV'mo e XVI'mo secolo, dall'editio princeps dell'Omnia Platonis al De historia plantarum e i De causis plantarum di Teofrasto, confortandosi all'ironia mai spicciola del senectus ipsa est morbus di Terenzio, ma insofferente tuttavia alla propria moglie e, diciamolo, a tutto ciò che non fosse lettera morta, i pensieri amarognoli, di colerina, restavano sottaciuti. Ma tali pensieri risultavano lampanti tra queste due figure particolarissime vissute nelle nostre campagne. Ed era forse un sollievo una simile inclinazione al sottacere i pensieri riguardanti la loro affettività e la pressoché assente, o perlomeno ambigua e ballerina, comunione di intenti, pertanto che una traccia invisibile legasse questi due spiriti che, loro malgrado, contribuivano a svolgere ciò che avrebbe suggerito al complesso culturale delle campagne provinciali quel che raramente si presenta in contesti urbani con tanta forza espressiva. L'aria di tensione infatti perdurò sinché l'ufficiale, avvilito ed esaurito dai propri esperimenti, che nulla mostravano di ciò che egli si attendeva, sortì una sera dalla serra per bruciare quell'ammasso di centine, di nylon, di preparati; ma la moglie lo arrestò, segnalandogli cosa vide nella cucina della cascina quando uno di quei borlotti malridotti nella polpa, cadde nel cestino dell'umido per reagire con l'etilene secreto dalla buccia di una banana. Vi si scoprì una reazione straordinaria.
Pensando alla vertiginosa corrispondenza con la scoperta della colorazione di Golgi, entusiasmandosi con morigerata alterigia eppure provando una sensazione di liberazione e di gioia, la moglie dell'ufficiale diede la svolta all'impresa esibendo la propria caratura, tenace e acuta, mai sottoposta a quel povero spirito che cede alla lode di sé stesso, né mai rivalutando la stima del proprio marito, di donna che porta in sé l'afflato dei millenni cui ciascuno, in quanto umano, esprime tramite la traccia del proprio sangue, dei propri sensi e della propria memoria, sia pure non consapevolmente accessibile. Così perlomeno si penserebbe oggi.
Ne sortirono non unguenti, non balsami, non toccasana di cosmesi ma una salsa valutata, di primo acchito, culinaria: la salsa borlotta, cosa per cui si spesero inizialmente queste parole:

‘(...) una pasta grossa e granulare dissaporita di sgradevoli acidità e rinforzata di combinazioni neutre e varie, talvolta salato-piccanti.’, si scriveva nelle sezioni di cucina giornalistiche, già encomiabili per la netiquette, ‘Simile, per viscosità, alla crema di nocciola, l’uso si adatta ad impasti e farciture di composti d’uovo, ma anche a contorni di carni scure. Conferisce ai cibi un’esaltazione ed una morbidezza del gusto, che si traduce in soavità del buon mangiare: agendo sulle fibre carnose, tali fibre si sciolgono penetrando le papille, provocando un’ebbrezza dei sapori che ammanta la bocca d’una combinazione leggera e piena d'un gusto che conduce inevitabilmente all'estasi.

La famiglia dell’ufficiale acquistò dunque prestigio, il nome della crema si diffuse prima in provincia, poi in regione, poi nell'intera nazione; in seguito se ne scoprirono proprietà curative e lenitive in funzione dei reumatismi e, soprattutto, in funzione di ciò che imbarazza la dimensione medica: il dolore, che risulta intraducibile nei termini di una sua effettiva oggettivazione su scala universale; si avviarono conferenze su tale scoperta, le quali spaccarono l'opinione pubblica senza che vi fosse alcuna distinzione sociale tra gli interessati: alta, media e bassa scolarizzazione si frammischiarono, sapienze elevate, sapienze di istruzione ortodossa e sapienze prive di struttura si frammischiarono anch'esse: ne sortì un gran caos, che infine esprimeva la vitalità di questa scoperta.
I contadinotti, ed ormai pure i cittadini, presentavano la poliedria della formalità: mugugnavano e si tendevano, si tendevano e mugugnavano: interiormente e, in casi piuttosto diffusi, anche esteriormente. Tutti erano d’accordo nel pensare: “l’ha azzeccata”; ma tutti aggiungevano sempre, immancabilmente, con un fil di voce a denti stretti: “mannaggia”.

15 maggio 2020

La Neve, il Mondo - La Pervicacia Sospesa


 Si esiste nella valle bianca di neve. Il biancore di acqua gelata, cristallizzata, di questa neve che tocca ogni cosa, che somiglia ad un vergine fumo duro, fermo, denso. Appare candido all'aspetto, ricopre la terra con la grevità di chi non si domanda se sia giusto o sbagliato mascherare, rendere incerto, darsi all'immantinenza di una dissimulazione priva di ragione e di progetto, di un mortale assurdo - e lo fa con la disinvoltura di chi è terzo ai tormenti morali; e lo fa senza coscienza di sé. È totale, è universale.

 Essa rallenta, ferma ogni cosa che incontra. Rende ambigue le forme, nasconde i pericoli, arrotonda gli spigoli, secreta le lame, toglie i colori. Incanta con una luce ed un suono continuo, forse impercettibile, che ricorda un'ipnosi. Porta alla morte con il suo gelo. Richiama alla conservazione, alla protezione. Fa scoprire i nervi di sé stessi, li svela sino al limite, ti destruttura per poi ricomporre nel sacrificio la nuova vita, compiuta se immemore di sé.
È un canto di sirena silenzioso, che sfalsa le distanze e trasforma quel mondo di cui ti sembrava di percepirne il movimento: la danza - feroce talvolta, talvolta sbrigliata - suadente, illuminata e lucente, cupamente ombrosa, carnale e secca, arsa, liquida, gocciolante che si riarde nell'intuizione di quel che lo specchio non svela di te, di quel prossimo che riflette le tue rinunce, i tuoi spasmi di vivente, è la tua danza.
 E tutto si permea di questa coperta obbligata che si dice indispensabile alla vita della terra ed alla sua fertilità: ubertosità violenta, famelica e sfamante, dove ogni cosa è destinata a confrontarsi nell'incrocio con l'altro, con la cosa, con sé.
Si mostra, tra le sperdute distanze di tanta monotonia, un'idea: l'incrocio delle cose è una violazione di ciò che incroci non ha. Il conflitto, lo scontro annichiliscono, si svuotano e vengono svuotati dallo strato bianco di neve. Si pensa alla violenza, se ne ha il timore, e si estenua riducendo, mortificando, annullando ciò che è vivo. Si arresta ciò che si muove.
Qui le rette parallele sorgono. Qui la loro idea si fa presente. Esse rivelano d'essere lo stratagemma chimerico della geometria dove si nega, in nuce, la vita. Esse annullano l'incrocio - ma la vita è incrocio. Esse negano lo scontro - ma la vita è scontro. Esse indicano l'essenza della propria invenzione e suggeriscono, della propria tensione verso la placidità di un astratto, possibile esclusivamente nella ragione mai applicabile, la bellezza eterea che ogni cosa incanta raggelandola. Esse nascono dalla neve.
Tanta bellezza eterea, algidamente esaurente, si rivela pure nell'infinito matematico. Esso svela il suo senso d'esistere nel salto sopra la realtà per suscitare altra realtà che mai si tange. Lo fa nel gesto elegante del suo simbolo esoterico - qual è la formula equatoria ed il relativo piano cartesiano.
 Tale espressione di chimere è il contrappasso morale della virtute logicae di due discipline che mostrano l'elastico del loro collant con un occhiolino: il razionale si rende irrazionale trovando il proprio fulcro nella morale di un'estetica universale nei termini umani: sua magnifica insensatezza, suo gioco orientato verso i trucchi, l'inganno, la gabula, la scorciatoia dell'infinito e delle rette parallele. La creazione di un simbolo che soddisfi l'estetica di un manto bianco gelato. In matematica l'infinito indica la poesia; in geometria le rette parallele indicano l'arte. Le due discipline, matematica e geometria, rivelano il loro cedimento a-razionale nell'accenno morale di due invenzioni destinate a dar bella figura di sé. Due disclipline che, pur sedicenti terze alle sensibilità emotive degli uomini, spiccano, nel loro culmine più astratto (l'infinito per una e le rette parallele per l'altra), lo stacco dall'a-razionalità scoprendosi morali - incline alle leggi temporali dell'estetica. 

 E l'ampio biancore di questa neve diffusasi nella valle provoca la vertigine di un ambiente estraneo e straniero alla vita, che si esprime nell'imperituro conflitto dell'intersezione e dello scontro di ciò che, animato o non animato, si muove; la violenza di ogni cosa che si muove è destinata a rendersi tangibile e visibile nell'apertura, nella breccia suscitata in ciò che tocca. E costringe ad aprirsi a propria volta:

 1. nell'inanimato si estende la proprietà del significato di una cosa, mutuandola verso il delirio di un ordine che esiste esclusivamente nel pregiudizio, ossia nel consenso ad abbandonare quel che ordine non ha, a saltare ciò che è verace in questo senso e, dunque, scandaloso nell'altro senso - com'è scandalosa l'attitudine originale della cosa, che non è possibile inquadrarla sinché non viene interpretata né si può interpretare sinché non vi è un'azione che la contempli. L'ininquadrabile, l'innominabile rappresenta l'ingestibile della civiltà organizzata;

 2 nell'animato si coercizza la proprietà altrui e si è coercizzati a propria volta malgrado il desiderio iniziale di piegare, ridurre, annientare esclusivamente l'altrui proprietà. Invece la si muta mentre la si assume nella propria volontà - scoprendosi mutati; e si riconosce sé stessi in essa fintanto che sopravvive il disprezzo di sé ossia sinché sfuma l'obiettivo, sinché fugge l'oggettivazione di quello - quello! - scontro.

 Il delirio cessa. La neve costringe all'arresto e si rinuncia alla lotta: sai che giungerà il disgelo.

 Ora il tuo grido si smorza, ora la tua voce si ovatta, chiudi gli occhi, ti rendi senza le armi date da quel che di contraddittorio ritma il tuo passo; ti rendi al biancore gelato di questo velo che si stende senza confini, che si stende sin dove ti rendi.

“Neve” = leggasi totalitarismo

25 aprile 2020

Annì


Era caduta nella tela a quadretti della vita pulita. Ogni quadretto era figlio di violenze su sé stessa, aveva scardinato ogni prospettiva, ogni occhio che portava in sé, per discuterlo. E si era discussa sino alla secchezza, le sue labbra, la sua gola erano aride: non parlava più per nessuno, per nessuno era più qualcosa.

E lei sola, con la sua superbia di essere superiore alle proprie corde, ora se ne vagolava tra i corpi e i corpi vuoti delle sue sensazioni: tanta era la distanza che tanto aveva costruito con tanta zelante puntualità, che ora la viscera vuota di una creatura inesistente era ciò che lo specchio rifletteva di lei.
Ma non lo specchio d'argento, quel film che irretisce anche la creatura più snodata, che la anchilosa sino al pomo d'Adamo, sino alle tube di Falloppio, e la raggira con il canto di un'immagine formidabile, unica, irripetibile, no: lo specchio era l'eco dentro di sé dei suoi tentativi mascherati da grandiosi superamenti. Quello specchio le ricacciava indietro l'odore, ecco quel che faceva, e la schiaffeggiava con dita piccole, di ferro, per infettarla in ogni midollo che possedeva con l'intuizione di essere una creatura immonda. E lei era una creatura immonda, quel che abbracciava marciva, si spegneva; e la sua scia era la scia di una lumaca fatta di eternit. Ma la morte per lei non arrivava.

 Quanto ancora doveva restare in quella selva di pulsioni sterili, di facce sfregiate dalle volontà più cieche, l'ultima, la più cieca tra tutte: vivere ad ogni costo. La volontà morale che la ostacolava e la feriva ad ogni respiro, quella volontà che esaltava la propria ottusità nel buco nero di un universo disperso. Perché lei percepiva ad ogni secondo la caducità di ogni sistema e si chiedeva: perché continuare, che malattia ho? E continuava a vivere, stentava a vivere priva di qualsiasi cosa che le desse una ragione per vivere.
 

21 aprile 2020

"Canzone in Cerca di Musica"


 E andiamo per le strade che sanno di neve
tra i brividi d'un Sole fatto fantasma
mentre dietro le spalle abbiamo le nostre sere,
ad ore ad ore perdute tra le sensazioni vere.

 Ora Lucilla guarda ancora il vuoto delle mani
che mi tendeva col respiro rotto dall'asma
e tu guardi lei mentre noi andiamo ormai lontani
a cercar tra i borghi la traccia di pochi cani

caduti di notte senza i voli dei gabbiani,
quei gabbiani che non stanno sul mare:
cara amica vanno a cercare tra le vuote confezioni
ancora un poco di voglia d'amore, di sogni d'amare.

 E ancora la neve riduce gli spigoli e le lame
a curve rotonde: rende gli angoli spioventi,
mentre lei occhieggia ad un dolce incerto dolore
tra le scarne mani ed il vuoto tra le dita.

 Ma ricordi forse la fontana in primavera,
quadri bucolici di acqua e di verde senza fine
dove i canottieri fan la riga al fiume
e tu sdraiata sui prati, le rive, il Sole;

ma no: sulle vie coperte di neve
camminiamo con le tasche di ricordi piene
e il vuoto nella pancia. Ancora Lucilla
ci guarda e ci chiede una muta risposta

ch'ella sa che parla di noi, ancora e ancora,
sinché la sera tornerà e qui sarà il fuoco...
e qui sarà il fuoco...