07 settembre 2021

VII. Il Viaggio - Cécile, Anis...

 
 "Rendersi, non c'è altra vita che questa!" Dice Cécile.

'Rendersi...' Anis ti guarda col guizzo di chi rivive - e si chiede: 'La mia è forse la luce persa dal Laocoonte nel suo strazio? Forse è la luce che vide offuscarsi, nello smarrimento di un fegato divorato giornalmente dall'aquila, il Prometeo? (Già allora furono conosciute le proprietà rigenerative del fegato). E' forse la luce che vide disperdere Pistis Sophia nelle sue creazioni di universi, di demiurghi...? O è la luce che il Brahma, quando sorse dal fiore di loto, inattivo pur avendo la facoltà di generare interi universi discese lo stelo, sprofondò nelle radici per scoprire, incontrandola, la Grande Madre, che lo rese attivo? (E l'uno e l'altra, quando separati, risultano senza scopo). La luce che io persi fu la luce della fiducia?'
 
 Sul viso di Anis vi è ora la danza di chi, terzo ai tormenti del mondo, acquista la pace aggraziata che nasce là dove l'imperturbabilità, e pure l'atarassia, la gioia dell'intima unione in sé stessi si intrecciano alle ragioni invisibili di ciò che è eterno e queste ragioni si intrecciano alla gioia che tutto può realizzare perché tutto è in sé. Concetti difficili, certo.
 Alla ratio cartesiana - "Cartesio è falso, falso, falso!" dice Cécile. "E' finito!, è parziale! è senza mistero!, dunque è morto!" - sagace Cécile - alla ratio cartesiana si sostituisce la ragione umana, dove ogni individuo acquista la dignità di ciò che è ininquadrabile in quanto misterioso, dunque vivo siccome senza limiti. Altri concetti difficili, sì.
 
 Il viso di Anis danza. Il carattere di questa danza? Pepato, dirompente; legante, accogliente. Contrasto tra crosta: scenari cangianti, mai identici, e nucleo: quiete, stabilità. Tra la crosta e il nucleo si svolge la gamma variegata di un'intera esistenza: né età, né allocazione che sia mondana, né ruolo, né attrazione che sia materiale, né interesse verso le cose caduche.

 'Cristo, Socrate e altri esseri umani non scrissero: essi parlarono. Non scrissero. Il tradimento verso Cristo fu pure nella scrittura degli evangeli: la serpe si culla in seno, Cristo, poi sarà il seno a ricevere il veleno della serpe, che lo seccherà. E la serpe cercherà un altro seno'. Così pensa Anis. 'Cristo visse l'istante: altra lezione inappresa. L'istante non deve essere fissato: la scrittura invece fissa l'istante. Ogni istante è a sé: non è replicabile, è irripetibile. Le parole del Cristo hanno valore soltanto nell'istante che egli visse. Muore la salvezza umana se si fissa l'istante. Muore la salvezza umana nella storia. La tensione di Cristo fu quella di trapassare la vita terrena per giungere ai cieli: nulla dovette lasciare alla terra, neppure la parola. Cristo fallì perché gli uomini hanno memoria di esso. La vittoria dei Cristi è nell'assenza della loro traccia. Chi scrive non è cristico. Chi scrive è legato alla terra. Chi scrive crede alla terra. Chi scrive ha fiducia nella terra. Io ho fiducia? Non scrivo, non figlio, non ho dimora, non lavoro. Sono salva.'
 
"E perseguitata" dice Cécile - pungente Cécile. Anis ride, ridi tu, ride Cécile.
 
 La casa-ruote attraversa ora la Francia. Cécile ti ha chiamato: "Mi trovo a Lione: vieni, vieni! Partiamo! Andiamo a Madrid!" Ed ora c'è Anis con te. Ritorni a Madrid. Ricordi.
 
Ripercorrete le strade: Avignone, e vi fermerete al mercato coperto: Anis si taglierà i capelli, Cécile si farà spingere sulla bicicletta; poi Séte: transiterete, non sosterete, ricorderete la battaglia delle giostre nautiche, i sobbalzi nell'assistere alla caduta di uno dei duellanti dal tintaine, e penserai 'Ibis, redibis non morieris...'; e penserai 'scontato, trito, utile'; e penserai a Brassens*, certo, e sorriderai, proverai senso di appartenenza ad una storia più vera, forse: Au village, sans prétention j'ai mauvaise réputation...?
Giungerete a Perpignan, Barcellona, e ancora ovest, ovest. Seguirete il parallelo. Giungerete alla più centrata Madrid.

"Madrid, non c'è altra vita che questa!" Dice Cécile - allegra Cécile.
 
Ricordi.
 
 
***
 
Fine settima parte

 
* Non vi è associazione tra l'adagio segnato nel Chronicon e Brassens. D. pensa a Brassens per via che il cantautore nacque a Séte. Ciò che fa sorgere in D. il pensiero dell'adagio è probabilmente la prossimità dell'abbazia di Citeaux, dove nacque l'ordine dei monaci cistercensi (Alberico delle Tre Fontane, autore del Chronicon, fu appunto un monaco cistercense), con Lione.


05 settembre 2021

VI. Il Viaggio - Cécile, Anis...

 
 La casa-ruote sosta ora a Lione. Ricordi.

Forse vivi sopra un mare di attese, nel quale immergi le dita dei piedi: appena li agiti, schizzi goccerelle di tempo nell'aria: si rompe allora quel mare, si apre l'eternità che è tale siccome ti scordi del tempo e tu riprendi a vivere. Lì è il riflesso gioioso di un amore che ti attende.

Ma ora spogliati delle paure, innalzati sino alle libere nuvole del cielo: 'Ricordi Chagall? Il suo desiderio-suggerimento: che la donna si liberi da quel che la rende terrea, prigioniera della materia: che voli!, voli!, voli! Non più fiele, non più calcolo, non più paure: che voli!, voli!'” Così parlò Cécile.

Anis, il mare si fece oceano. Libera dal governo del tuo utero, libera dall'assillo della terra che ti comandò ed a cui ti ribellasti: non più anima, bensì spirito, ora i tuoi piedi aprono interi oceani di fronte a te: miliardi di gocce si involano. Tu sei libera. Sola tra le folli, libera tra le dannate, vi è l'eternità ad attenderti - lui ti attende: i vostri figli vivono nel cielo, non in terra.


5 settembre - riprende il viaggio

 

04 settembre 2021

COLIBRE - "Caro Nonno"

 
Per gentile concessione di Francesca Gai, in arte COLIBRE.

 

Caro Nonno

 

"Figlio mio, ai miei tempi con poco o niente riuscivo a campare:

bucce di patate e pane, e noi felici di mangiare.
 
Tra le scintille di un camino acceso e le risate di chi ami,
ci raccontavam le storie dei buoni e degli infami
e di quando noi si combatteva per la fame e la paura:
eravamo preparati alla morte sicura.
E il nemico tra noi e loro è colui che ci ha messo contro,
ma l'uomo è cieco e per la vittoria è pronto per lo scontro:

'Io superiore!', 'Tu mezzo idiota!' I due compagni fanno la guerra...
Provo a sparare ma la canna è vuota, come nel gioco tutti giù per terra."

 Chissà... come sarà...

   Caro nonno ti prometto
   che io sarò diverso
   e non permetterò a nessuno
   di toccare il mio universo.

 Per i figli della guerra, per le mogli lì con voi
 e per questa nostra terra, per i figli degli eroi.

 
 Caro nonno che ti posso dire, il mondo oggi è più che cambiato:
non più donzelle solo regine che col denaro il cuore hanno colmato.

Piangono tutti per voi partigiani e si festeggia il venticinque aprile,
ma il fiore forte della libertà con l'ignoranza l'han fatto appassire.

Parlan del giorno della memoria senza volerlo dimenticare,
ma poi si scordano se morirai perché hai salvato mille vite umane.

Quando l'invidia e la diffidenza vi lasceranno un sapore amaro,
noi con l'amore e la resistenza addolciremo il vostro cuore avaro.

Degli artisti e dei cantautori voi cantate le canzoni,
ma sappiatelo che le parole han solo padri senza padroni.

   Caro nonno ti prometto
   che io sarò diverso
   e non permetterò a nessuno
   di toccare il mio universo.
 
 Per i liberi pensatori e i guerrieri come noi,
 per gli oppressi e i sognatori e per te che sei il mio eroe.
 
 
 Caro nonno te lo scrivo: io non ti deluderò.
Uscirò da quella porta - di questo Truman Show...
E chi predica democrazia, ma vive in una dittatura
è accecato dalla superbia, dall'ego e dalla paura;
 
ma io mi prenderò cura del fiore della libertà,
io combatterò per te e per questa umanità.
 
   Caro nonno ti prometto
   che io sarò diverso
   e non permetterò a nessuno
   di toccare il mio universo.
 
 Per chi non vince, per chi non perde,
 per chi la vita la vuole per sé;
 per chi ci ama senza motivo,
 per chi ci odia senza un perché.
 
Ma Dio perdona i cani e i truffatori, ama chi non crede e chi non ha pietà...
 
Io combatterò fino alla fine
per la nostra libertà!

 


 

02 settembre 2021

V. Il Viaggio - Cécile, Anis...

 
***
 
 "Je ne suis pas un dolce forno (sì, usava l'espressione italiana - e già provava a parlare, qui e là, la nostra lingua), mais je suis une créature libre: je ne serai - jamais!, jamais!, jamais! - une femme sans esprit comme sont les femmes catholiques: hypocrisie dégoûtante. Bleee... Ces femmes sont des outils, rien de plus: incubatrici et servette (giocavi così con l'italiano, Cécile, e D. sorrideva. La tua gioia e la tua contestazione - la tua natura - lo accendevano: lo liberavano). Petits madones avec des jupes de feu. (Piccole madonne con le sottane infuocate). Et sont fiers de jouer le rôle de l'antéchrist. (E sono orgogliose del loro ruolo di anticristo). Comme tu l'as dit une fois: elles sont des coltellini svizzeri. Tu as dit: 'trecentomila funzioni, ciascuna delle quali mediocre.' N'as-tu pas dit...? Mais ce n'est pas soulement dégradant - blessant - pour les femmes, mais non... Cuisiner est la voie large pour maintenir en vie le douleur dans la vie: c'est diabolique. Nourrir les créatures, qu'il sont destinés à souffrir, est une persécution qui vient d'un coeur né dans les enfers. Je préfère passer par la porte étroite: Alissa n'était pas une cuisinière, putain de merde. L'humanité n'est pas au service des res et nobody s'il rent responsables de mantener en vie des créature qui vient torturé." 'Nobody'? "J'accuse!" e ti abbracciava perché... Sì, le sue parole schiaffeggiavano i sordi e ti esaltavi nel segreto, e frenavi lo slancio di complicità che allora, nella sua lotta giovanile del sottrarsi, quale Crista non Crista (Anis è Crista) che mai figlierà, ella evitava di dare la morte con la vita - e non era il Vita-in-Morte* di un vascello dannato, no: era figliare all'ombra della luce legnosa della tomba. E diceva (traduco io): "Perché figliare vuol dire differire il regno dei cieli (disse e fece): mai!, mai!, mai!, e la salvazione è nel fuggire per attaccare con l'assenza, che è una eterna presenza. L'orrore si perpetua pasto dopo pasto su una tovaglia senza fine di tavole apparecchiate e di donne ridotte a forni, di uomini mangioni e incorreggibili... e nulla!, nulla!"

 Anis allora esisteva, sì, non vicino a te. Eppure esisteva. Ed era presente pur nella tua lontananza madrilena.

 Cécile ti volle con sé: due, tre, quattro inverni. 2001? Il 2002... 2003... 2004... La raggiungesti, ricordi? Sostavi al Jardin del Rastro dopo aver passeggiato tra le vie della capitale; ti sedevi sul muretto dell'emiciclo costruito ai limiti del giardino e, tra il rumore del traffico cittadino, l'alternarsi delle genti, leggevi: ciò ti diede la separazione e l'unione ad un tempo con ciò che è estraneo a questi occhi - i loro occhi. Essi inaridirono ogni cosa che vedesti. Fu l'aridità di quegli occhi che seccò l'intimità, il respiro delle cose sincere, dette senza mai imprigionarsi nella diffidenza. Accoglienza desideravi. Erano gli occhi di chi morì dietro le inferriate erette per non vivere più: erano gli occhi di chi, a differenza di Anis e Cécile, rifiutò il monito di Nietzsche. "Sprofondare nell'inferno per scoprire quanto sia abbagliante la luce del paradiso, non c'è altra vita che questa." Così dice Cécile, così dice Nietzsche, così dice Hugo, così dice Poesia: madre folle di folli folli/folli vite.

 Lasciavi il giardino, percorrevi quel centinaio di metri che ti separava dal palazzo in calle del Gasómetro, entravi nell'androne, risalivi le scale sino al primo piano e Cécile, lei, più giovane di te, nata a Lione, decise che la tua presenza avrebbe attenuato la sua solitudine madrilena nei periodi invernali. L'ho detto. Si trasferì a Madrid, quando?, nel '98? Sì. E ti invitò appena la solitudine si rese eco di sé.

Anno dopo anno ti apriva la porta. Muta, silente, senza mai sospirare, con l'aspetto disagiato della scultrice, terza ormai all'architettura... la facoltà... e la storia della filosofia... facoltà... storia delle religioni... ancora facoltà... (sì, Pistis Sophia è la sua liberazione), tu sorridevi. Lei, che ancora era più giovane di te, allungava la mano: ti sfiorava la barba. Tu, ventenne, eri mite perché robusto, saldo, forte. Si voltava poi, ti precedeva e là vi era la tavola apparecchiata, il cibo già cucinato. No, no: ella mai cucinò né mai avrebbe cucinato. L'ha detto.

 
 *Vita-in-Morte (Life-in-Death) - S.T. Coleridge, la Ballata del Vecchio Marinaio

 

***

Fine quinta parte



Traduzione delle parole di Cécile: "Io non sono un dolce forno, ma sono una creatura libera: io non sarò mai!, mai!, mai!, una donna senza spirito come lo sono le donne cattoliche: ripugnanti ipocrite. Bleah. Quelle donne sono degli strumenti, nulla di più: incubatrici e servette. Piccole madonne con le sottane infuocate. E sono orgogliose del loro ruolo di anticristo. Come tu hai detto una volta: 'sono dei coltellini svizzeri'. Tu dicesti: 'trecentomila funzioni, ciascuna di queste mediocre'. Non dicesti così...? Ma ciò non è solo degradante - ferente - per le donne, no. Cucinare è la via larga che serve a mantenere in vita la sofferenza durante la vita: questo è diabolico. Nutrire le creature (esseri umani), che sono destinate a soffrire, è una persecuzione che origina da un cuore nato nell'inferno. Io preferisco passare per la porta stretta*: Alissa** non ha mai cucinato, miseria. L'umanità non deve essere al servizio delle res (cose) e nessuno dovrebbe rendersi responsabile di mantenere in vita delle creature che vengono torturate." (...) "Io accuso!***"

 

* "Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono coloro che entrano per essa." (Mt 7, 13)

** Alissa (scritto pure Alyssa), personaggio de La Porta Stretta (La Porte étroite), romanzo di André Gide.

*** "J'accuse" ("Io accuso"), riferimento al famoso libro scritto da Émile Zola. 

 

01 settembre 2021

Intermezzo - Ellise e lo Stato (appunto, bozza)

 
(…) accadeva sovente che Ellise viaggiasse senza portare con sé un telefono né altri strumenti di comunicazione o di registrazione, quali taccuini, macchine fotografiche etc.. I soli strumenti che portava con sé erano il proprio corpo, la propria sensibilità, le proprie conoscenze, le proprie attitudini e la propria memoria: strumenti al servizio delle sue volontà.

Ella presentava una memoria unitaria, priva di punti d'oblio. La sua vita interiore era un continuum. E vi era una particolare solidità in lei, che altri avrebbero chiamata, senza ragione, “rigidità”.

In un mondo in cui la memoria dell'individuo rappresentava un ostacolo per le produzioni dei mercati, i quali prediligevano individui in grado di mutare sé stessi ad ogni tendenza cosicché potessero acquistare periodicamente prodotti anche antitetici tra loro – e i generi sessuali così come le conoscenze storiche furono assoggettate alle tendenze periodiche, dette 'regimi culturali' – in quel mondo dove la memoria rappresentava un punto critico per la cosiddetta 'civiltà dei consumi', ella, Ellise, appariva quale antenna sempre uguale a sé stessa di fronte alle apparenti novità del mondo. Tali novità 'apparenti' erano, in realtà, espressioni superficiali di un paradigma che mai cambiava.

Tale linearità rendeva Ellise inadatta al mondo, perciò ella viveva sola, separata da qualsiasi ambiente che non fosse il proprio, ossia: viveva in una casa nel bosco. La natura era una base plurimillenaria dove lei, Ellise, si svolgeva trovando in essa, la natura, un che di uguale a sé stesso, che le garantiva una certa sicurezza interiore. Era, la natura, una dimensione in cui Ellise poteva crescere senza doversi mai interrompere, a differenza del mondo che, imponendo agli individui di cambiare ambiente ogni tre per due, non permetteva ad alcun individuo di perlustrare a fondo un singolo ambiente, perciò non gli permetteva alcuna crescita.

Non che Ellise fosse una persona avulsa alla cultura. Ella possedeva conoscenze artistiche, storiche, culturali che altre persone non possedevano. Ella amava studiare ed apprendeva ben più di quel che si potrebbe apprendere all'interno di un percorso cadenzato da tempistiche, programmi, ruolini rivolti a formare operatori. Ella poteva contare sul tempo: ne disponeva pienamente, perciò poteva approfondire ogni tema ed osservare quel che avveniva nel mondo, formandosi una visione ampia, inaccessibile a coloro che impiegavano il proprio tempo nelle diverse attività professionali, che servivano loro per sostenere un regime di vita dettato dalle tendenze del mondo che rappresentavano ed il quale mondo necessitava del loro apporto operativo per sostenersi. Sovente lasciava la casa nel bosco per raggiungere differenti siti. Contando sulla propria solidità interiore, apprendeva ed incamerava quel che vedeva. Idem per quel che ascoltava, per quel che leggeva. Raggiungeva tali senza portare con sé altro strumento se non il proprio corpo.

Lei, Ellise, era una figura rara, particolare e assai utile all'umanità.

Pensava: 'Il telefono mi distrae dall'esperienza: quando torno da essa, se quella volta ho portato il telefono con me, mi accorgo che sono cresciuta poco. O non sono cresciuta come sarei altrimenti cresciuta se non avessi avuto il telefono con me. Meglio lasciarlo a casa.'

Ellise – e lei non era la sola figura che viveva in questo modo – era risaputa negli uffici amministrativi della macchina statale, e la si lasciava in pace. Anzi. Furono ingegnate delle formule perché lei e le figure come lei potessero vivere senza cadere in limitazioni o stenti materiali: questi toccavano a coloro che desideravano far parte di un certo mondo. Non che Ellise avesse necessità di chissà quali agi: ella bastava a sé stessa e non si identificava negli oggetti che possedeva, se non gli oggetti che erano creati da ella stessa, perciò le era sufficiente una casetta, qualche mezzo per spostarsi, qualche strumento per superare gradevolmente le intemperie stagionali, i vestiti – che realizzava da sé – e il cibo, che non era sempre possibile coltivare nel luogo che abitava. Dunque la macchina amministrativa dello Stato escogitava formule perché lei e le persone come lei ricevessero di che vivere sotto il profilo materiale.

Perché lo Stato agiva in questo modo? Oh, è semplice: nel caso di una catastrofe che avrebbe fatto collassare il mondo, l'umanità e le conoscenze rappresentate da Ellise avrebbero costituito un punto di ripartenza per il mondo umano. Perciò lo Stato non visibile si curava di lei e delle persone come lei in una forma non dichiarata. I governi che si avvicendavano venivano istruiti sulle loro possibilità di manovra, ma agli stessi governi erano e rimanevano sconosciute certe quetioni finché non accadde una cosa: i governi iniziarono a mostrare, de facto, con grave durezza, le proprie corruzioni. Giunse allora, per il mondo, un tempo difficile e (...)


30 agosto 2021

IV. Il Viaggio - Cécile, Anis...

 
***

 Ora Anis ti fissa. Lei ti guarda con l'aria di chi ama. E Nietzsche dice: "Guardiamoci in faccia."

 
Ricordi la lezione di quando eri bambina, dove già sapevi ogni cosa? Faccia, in greco: φάσις, phàsis; significa: "apparizione".

"Nietzsche in realtà dice: 'Guardiamo l'apparizione'."

Esatto Anis, tu vedi ogni cosa. Sei forse una Taide. 

 

 Cécile dice: "Ora lascia, lascia... Le genti di questo tempo vivono altrove, lascia che non sappiano, lascia che ridano. E perdona loro. E se le vedi camminare un po' a fatica è perché la reine Pédauque* batte il tempo del loro andare. Sono claudicanti. Fanno le oche perché il fardello delle proprie irresolutezze le costringe alla bassezza: lo specchio per puntare il dito verso sé stesse è crepato, Cristo l'han crocefisso, han salvato Barabba che permette loro di puntare il dito su di lui, il ladro, mai verso sé stesse. Cristo era il loro specchio ed hanno scelto di abbandonarlo. L'uomo non tollera di guardarsi in faccia: fugge da sé stesso e tu, tu fuggisti. Perciò ti ammalasti." 


"L'illusione di redimere sé stessi attraverso la punizione altrui è un'altra prova cristica." Dice Anis. "Quel che apparve a Nietzsche fu il nostro iperboirismo: fu la nostra illusione (iperboreo è un popolo mai esistito se non nelle idealizzazioni dei popoli latini), e il destino dell'illusione sembrerebbe quello di divenire delusione, come in una perpetua oscillazione tra due poli: catena delle dualità, catena dell'illusione. Le dualità rappresentano semplificazioni date dai due emisferi cerebrali. Se avessimo dei tetrasferi vedremmo quattro poli, non due."

 

 Tu, Anis, vedi e... sì, anche Cécile vede.

In entrambe vi è non solo la figura della Taide, ma Cibele, Lucia che discese sino al luogo in cui Beatrice sedette con l'antica Rachele**, Astarte, Iside, Dea MadreΜᾶ. Miscellanea di femminini. Il mascolino - il femminino. Illusione di separazioni. Falsità. Velo di Maya.

La presenza di Anis rassomiglia ad un'attivatrice di vita che stende l'ala luminosa sulla lenta corsa della Luna di D.. Il suo occhio attiva interi universi nell'arco di tre versi ed un sospiro. Ella vive accanto a quel Cristo senza regno: gioiosa, silente, parlante. La sorte di Brahmā è...

 
"Ssssst... Riposa."
 
Criptica, Anis. Ricordi un Hermes in chiave femminile. Paventi una ventura dolorosa... splendida... liberata...
 
"Sssssst..."
 
 ***
 
Fine quarta parte
 
 
* Riferimento alla "regina con i piedi d'oca": rappresentazione grafica di una figura regale, di sesso femminile, con i piedi di un'oca. Tale rappresentazione fu riportata, durante il XVIII° secolo, sulle insegne di diversi locali francesi dediti alla ristorazione.
La radice semiotica di tale rappresentazione risulta tuttora misteriosa.

** Riferimento alle parole di Beatrice (secondo canto dell'Inferno - La Divina Commedia - Dante (Durante) Alighieri):
 
“Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov’i’ era,
che mi sedea con l’antica Rachele." 
 

III. Il Viaggio - Cécile, Anis...

 
***
 
Vola un foglietto tra i vetri della casa-ruote: vi è vergato un flusso. Lo leggi:
 

 Vedrai il periodo di feroci insensatezze cui gli umani si sono dati. Essi le impartiscono a sé stessi per aver più chiara l'idea della ragione. Tu ora non vedi perché hai gli occhi aperti verso te stesso, dunque sei cieco. La tua genuinità è bella ed è feconda: è figlia della grazia.

 Quanta potenza esprimono la genuinità e l'ingenuità quando sostano sulle panchine dei viali di Sodoma - quanta potenza vi è in quell'uomo che vive nella propria ingenuità tra i mari strabordanti furbizie, astuzie, malizie che denunciano soltanto l'assenza di intelligenza e l'ottusità di chi sgonfia il salvagente altrui: non cadrà in burrasca anche lui?, non vi sarà anche per lui l'oceano buio, tormentoso, dell'esistenza?

Povero, povero ottuso che oggi ti rivesti di ori per nascondere la povertà del tuo cuore. Povero, povero ottuso che ricerchi una madre nella donna perduta che si appoggiò su di te per non dover più aprire sé stessa all'amore. Non vi è veggenza in te.

 

  'Anch'essi capiranno, un giorno.' Pensa Anis. 'Le arie di questo tempo si infilarono nel fondo delle loro pelli: da quel luogo invisibile dettarono i loro animi. Anche queste arie si infilarono nel vostro amore. Oggi è la discordia, la rottura. La diffidenza del periodo attuale riflette le iniquità degli animi più tristi: ogni cosa si rivela, non senza dolore e perdita delle proprie costellazioni: ogni cosa si rivela a chi si slega dal mondo. Sestanti, trebisonde, bussole, HUD, fari, radar, sonar ora non indicano più la rotta; la stella polare si è oscurata, il vento è calato, gli uomini sono immobili: attendono. E si agitano.'

Ed Anis si rivolge verso di te: "Rivivrai le arie gioiose del tuo canto sull'equilibrio della vita, tra estro e dolce fragilità. Nella tua terzietà alle reti dei ruoli è il suggerimento di un'esistenza libera. Resta vivo."

 E sorride, Anis, e ti svela la sua giocondità: fa la linguaccia, ti scompiglia i capelli. Le sue vicinanze fan nascere visioni di foglie involate nell'aria: tu e lei nell'occhio di un mulinello senza freni, il vostro abbraccio è nel cuore di una danza vivace di foglie di tiglio e di farfalle che creano l'arcobaleno di vita nel cerchio del vostro amore. Il vostro abbraccio è la magia nata da Anis, che attiva il tuo 'la'; il vostro abbraccio è il bisbiglio di vita senza tempo - è il concerto gioioso della vostra unione.

"Spogliarsi, non c'è altra vita che questa!" Cécile è tornata.   


***

Fine terza parte

 

II. Il Viaggio - Cécile, Anis...

 
***
 
 Madrid. Là vi siete aggirati tra le pitture nere di Goya: l'anima sciolta in pozzi, sparsa a schizzi sulle mura della Quinta del Sordo vi ha accolti e... Sì, Anis ora ti fissa: lieve, mai altera, lietamente incline al tuo animo denso di attese, di mitezze, di genuine fragilità che suggeriscono l'estensione del tuo essere.

E' fragile chi tenta vie estroverse da sé, chi tenta gli antipodi del proprio centro. E' fragile chi saggia i propri limiti: si espone, dunque diviene tela di cristallo strutturato al centro, da strutturarsi là, tra le costruzioni della periferia di sé. La fragilità è il vessillo degli esploratori.

 Le lontananze dei tuoi occhi ora suggeriscono il dolore (vivo) per una bellezza sfiorita: l'ingannevole incanto, declinato sulla scia di una via malata, ancora bussa alle porte del tuo presente e Anis ti accoglie. Lei prova tanta pietas quanta tu ne sai accettare. Tu la accogli. Vi è lo specchio tra voi e vi è il vicendevole ballo dei poli - ed i vostri poli ammontano a quattro volte diecimila (e uno).

 Anis si avvicina a te. "Come? Come fu? Ricacciasti l'amore: non volesti, ignaro, fondere lo smarrimento con la bellezza. Nel sacrificio ti amò."

 E Anis si avvicina ancor più a te. "Ciò che non si lasciò governare governò il tuo corpo: ti smarristi, ti rinserrasti quale bestiola malata si rinserra per non contagiare le altre bestiole, neppure con le grida: si infila là dove i propri gemiti non saranno uditi. Essa sa che il tormento di scenari sgraziati, la creazione di quadri tratteggiati da gemiti e da suoni nervosi dettati dalla malattia plagia la vita altrui più di ogni morbo fisico."

Sì, Anis, sì.

"Si rinserra dunque, la bestiola," (è Cécile a parlare) "e si rintana nel silenzio dell'oblio. Si sottrae alla vicinanza di ciò che ama. Poi guarì, tornò a lei e lei..."

"Fu assente. L'apparenza di morte si pose tra voi e voi moriste. Morì l'amore."

(Chi parla ora?)

"Il fantasma della morte fu l'alito che sciolse l'amore rendendolo tomba crepata: rigonfia di diffidenze, traboccante paure..."

"Quel dommage" dice Cécile. Anis ti abbraccia.

 

 ***

 Fine seconda parte

 

24 agosto 2021

I. Il Viaggio - Cécile, Anis...

 
Questo racconto, di carattere filosofico, diviso in più parti, si incardina idealmente intorno ai seguenti testi:
 
  • L'Anticristo - Friedrich Nietzsche;
  • Vangeli;
  • I Vangeli Apocrifi - a cura di Marcello Craveri (ed. Einaudi);
  • Taide - Anatole France;
  • All'Insegna della Regina Pédauque - Anatole France;
  • Il Prometeo Male Incatenato - André Gide;
  • Lo Gnosticismo - Hans Jonas.
 
 
 ***
 
 
 "Sehen wir uns ins Gesicht (...)"
  
"Guardiamoci in faccia" scrive Nietzsche nell'incipit - vorrei dire: ouverture - de L'Anticristo. La formula di impositiva resa, esortativa, risuona tra le arie del viaggio sulla casa-ruote, che ha visto te, Anis, Cécile raggiungere la penisola iberica. Madrid.
Riecheggia tra le curve della strada e le curve dei ricordi l'esclamazione di Anis: "Je connais, batiuska!" Sembra la voce della sua anima.

"No: è la voce del suo spirito." Dice Cécile. "Chi dà retta all'anima si lega agli uomini, chi dà retta allo spirito abbandona il mondo."

Anis proviene dal regno dell'oltre-mondo? Per ora è silente.

 Lei svicolava tra i corridoi a spina ungherese del Louvre; lei spauriva di fronte alla Barca di Dante: di fronte alle sfumate e taglienti oscurità - variopinte - di Delacroix, lei offriva il contrasto ai colori sbiancando. Ed era lei a suonare il violino 4/4 sulla Place Nationale di Antibes: suonava Suite del Recuerdo - evocacion, di José Luis Merlìn.

Si scorge di lei la radice etnica quando, spoglia degli abiti, dorme accanto a te: la pelle liscia si accende nella nudità della sua silhouette, sotto il chiarore della Luna che filtra dall'oblò della casa-ruote. Fu sempre lei a vedere con te il bolide (astro cadente) - più d'uno - quando, nel quartiere di Saint-Marcel, vicino alla Salpêtrière, all'ombra del Parc de la Hauteur, vi parcheggiaste e le luci di Parigi si spensero, si riaccesero, si spensero. Sogno. Fu un flash. Lucciole di pietra infuocata caddero dalla volta celeste: l'universo si chinò su voi per spiare il senso della vostra unione: vi fece un'istantanea. I vostri visi si abbagliarono. E, mentre gli occhi di Anis (verdi?, marroni? "Io non ho occhi!") ed i tuoi - occhi - rifletterono la corsa bruciante dell'astro cadente, l'universo apprese la forma di inedite costellazioni dal vostro legame. E vi imitò. Sotto quel cielo lei è libera: vede il cuore delle cose. Perciò mai figlierà. Lei è Crista.

 Nietzsche batte la coda, digrigna i denti: egli contrasta la pietà cristica. Eppure lui la incarnò. "Eppure" dice Cécile, "il Cristo è selettivo, elitario, tranchant, dedito al superamento della circolarità del tempo: egli rompe ogni protezione mondana. La salvezza cristiana non è gratuita né inclusiva. Il Cristo d'amore, con le braccia aperte, che accoglie tutti non esiste negli Evangeli: né nei canonici, né negli apocrifi dove pure ve ne è di sinottici: egli rivolge il proprio amore esclusivamente verso coloro che scelgono di vivere come lui, rinunciando ad ogni protezione. Per gli altri vi è la sua condanna o il suo perdono, non vi è il suo amore. La croce fu solo per lui. La salvezza cristiana è salvezza per superuomini, Nietzsche: tu eri il Cristo che volle superare sé stesso nel volo pindarico del contrastare il proprio cuore. Tu fosti solo: così desti un'ulteriore prova agli uomini, che non superarono: si irregimentarono e, così irregimentati, ti isolarono."

E prosegue: "Non sai forse che Cristo fora la vita a trentamila fiati all'ora? Non sai che per provare pietà bisogna trapassare l'uomo ad una velocità sfrenata? Staccarsi dalla sua gravità, giungere nell'orbita siderale del sentire ogni cosa senza mai vincolarsi ad alcuna e voltarsi per fissare, da quell'altezza, la creatura imprigionata tra la rete che generò da sé stessa, lì dove nascono le cose."

E dice ancora: "Nietzsche, vi è una voce che ti parla. Essa ti dice: 'Chi sa provare pietà sprofondò, un tempo, in quei nodi. Giunse nel cuore di essi, li assorbì, superò il cuore, sprofondò e sprofondò sino a sortirne dal lato opposto. Ora, senza più impigliarsi in essi, può piegarsi su di essi: li riconosce e, senza più soffrirne la malia, compatire: ora può compatire senza più assoggettarsi ai loro canti, senza subirne la seduzione: il suo baricentro è inarrivabile dai canti di quella seduzione.'"

"Ed un'altra voce ti ripete: 'Si dà compassione esclusivamente se vi è salvaguardia dal patimento, che obnubila, separa, rompe le empatie. Chi patisce si centra in sé stesso, non si tende mai verso l'altro. Chi patisce diviene antenna isolata e sensibilissima, dove un solo granello che sfiora la sua guancia è da esso percepito quale Himalaya che gli fracassa gli zigomi, gli cancella la faccia e gli appesantisce il cuore. Si può compatire esclusivamente quando il patimento è appreso nella sua interezza e diviene memoria: allora ci si può spogliare di esso, se ne è salvi e lo si riconosce nell'esistenza altrui. A quel grado di vita si può compatire la vita delle creature impigliate nei nodi senza sprofondare nel delirio del vincolo, nello spreco delle energie trattenute dal pelago, nell'usura del patimento. Nietzsche, l'errore si infila nei gangli della ragione e si diffonde nel sistema nervoso: lo inganna; e quel che ne rimane è uno straccio che esala pfffffffff ad ogni passo.'"

 

 Ora Cécile si tace, Anis è silente. Viaggiano. Le brulle terre spagnole del sud vi accolgono: le percorrete con l'aria di chi assiste all'apocalisse mentre sfoglia una margherita.

Mai scevre di carnale, forse spezzata malinconia, sfilano le terre polverose come quadri nell'anticamera dell'esistenza. Le secche terre scorrono tra la sabbia grossa della costa Brava, tra... Sì, mi arresto: i paesaggi non sono nulla. Altra è la ragione del viaggio, altro è il martirio.

"Il viaggio si rende quando si è disposti alla ferita ed alla morte. Si rende viva ora la destinazione cristica: non alla pensione è destinato il Cristo, bensì al Golgota; non alla poltrona, bensì all'assenza di dimora. Cristo non è affare per depressi." Dice Cécile.

Anis è silente. Ora la vita la impecia, ed è questa sostanza della vita che la fa silente: ora sta incamerando, poi diverrà supernova.

 
 
 ***
 
 
 Fine prima parte
 
 
 
 
Una breve parlata di Marco Guzzi sull'opera L'Anticristo e su Nietzsche:
 
 

 
 

23 agosto 2021

Cécile

  

La mia casa è dove quel che mi anima non si fissa: danza al suono – al canto – che risveglia la vita, dentro e fuori di me: una vita di visi in sintonia, che risuonano d'amore. Lì è la mia casa.

 

 Queste parole furono scritte su un foglietto trovato all'interno di una casa di campagna. Vi abitava una donna sulla cinquantina, il cui corpo fu ritrovato a poca distanza dall'abitazione.

Questa donna, di nome Cécile, non godette dei privilegi cui godono molte persone in Italia. Da bambina venne maltrattata da una maestra delle scuole elementari. Da adolescente fu obbligata a lasciare il corso di studi superiori: non vi era nessuno che potesse mantenerla negli studi. In famiglia assistette a scene cui una bambina né una ragazza non dovrebbe assistere. Lavorò esclusivamente tramite contratti a tempo determinato, dati dalle agenzie di somministrazione del lavoro. I contratti cessarono. Tentò di riprendere gli studi tramite un corso serale, ma una professoressa usò un atteggiamento svilente verso di lei: la mortificò pubblicamente. Si trattava di un metodo usato dalla professoressa. Lei subì un trauma, si ritirò dal corso dove aveva conseguito valutazioni più che buone (media tra l'otto e il nove). Già quand'era ragazza le sue valutazioni erano buone.

Non aveva un'abitazione di proprietà né ne avrebbe mai avuta una in eredità. Si scaldò con la legna recuperata da qualche bancale; mangiò una volta al giorno, talvolta non mangiava; si lavava all'acqua di una fontanella pubblica. Non possedeva un televisore. Svolgeva giornalmente esercizi di matematica. Conosceva la storia della letteratura e della filosofia. Aveva una memoria straordinaria, coltivata nel tempo con dedizione. Studiava diverse discipline, dall'elettrotecnica alla medicina. Nella sua casa furono trovati numerosi testi universitari. Le venne una malattia, ebbe un calo cognitivo.

Visse anni e anni senza essere inserita in nulla. La sua personalità: non beveva, era diligente, leale, educata, affidabile, mite, riservata, seria, la sua fu una personalità considerata antipatica. Per queste ragioni venne trattata con diffidenza: non godeva di fiducia. Venne emarginata. Visse in solitudine.

Si suicidò.


10 agosto 2021

Mariposa

 
  Il ricordo. Esistemmo lì, nell'arco di un sospiro, quali scintille di bellezza sul mare buio delle nostre unioni - senza memoria di sé.
Tra gli eterni silenzi delle nostre attese si svolse la vita dei nostri cuori: qui si sciolse l'amore in un volo di rondine, qui fu la morte di un breve fiorire.
 
 
  Il monito.
 
"Ora è la morte della vita mai libera
tra mire e conti e arido agire
 
nel vuoto parlare, nell'assenza di vero
in chi scelse l'oblio della vita amara
 
nello schema funesto del perpetuo morire;
e conta bugie, inventa il passato:

lo piega ai voleri del tempo corrente:
mendace, calunnia, diffonde la morte

per darsi il pretesto della cieca ragione
nel torto subito quando, infante,

venne impedita nel vivere lieta, senza soffrire. 


Bada. Chi soffre non ride: d'un granellino fa interi universi,
dove si perde e perde la vita. Non far soffrire, non far sfiorire.
 
 
 
 
 Storia ermetica di una 'giovane farfalla' ceduta ad un volo senza più poesia.
 
 Si tratta di una donna che, in seguito a dolorosi accadimenti, decise di organizzare la propria vita secondo un modello ampiamente descritto dalla letteratura sociologica del XX° secolo.
Ella si affidò ad uno schema dove l'individuo svolge la propria vita all'interno di un ambiente culturale da esso non determinato: egli desidera omologarsi ad un canone, anche se tale canone o consuetudine culturale richiedesse di tarpare le proprie attitudini originali. In altri termini, ella visse rispettando la formalità del cattolicesimo, che fu la cultura in seno alla quale ricevette la maggiore influenza.
 
Tale formalità si tradusse in questi tre punti capitali:
  • casa;
  • lavoro;
  • famiglia.
Ciò corrisponde storicamente alla perfetta antitesi del cristianesimo. Essendo il cristianesimo una dottrina dell'imitazione, considerando che Cristo non figliò, non lavorò, non ebbe dimora, si può dire che i valori pragmatici del cattolicesimo rappresentino l'opposto dei valori cristiani. Cattolicesimo e cristianesimo sono, de facto, prospettive inconciliabili anzi, si potrebbe anche dire che la dottrina cattolica indichi un modus vivendi anticristico.

 La vita  di questa donna si concluse nell'ambito di una cornice dalla sostanza incoerente, costellata di finzioni formali e, dunque, di ipocrisie. Qualche gratificazione di tanto in tanto, intesa come sporadica parentesi di liberazione, e nulla più. Le gratificazioni di letto, anch'esse intese quali parentesi di liberazione, le visse sia tramite il marito, sia tramite la presenza di qualche amante (il marito seguì la stessa prassi), e nulla più. I figli crebbero sotto il cappello di questa formalità e la replicarono a loro volta nelle proprie relazioni sentimentali, vivendo a loro volta i dolori della madre e del padre. Uno dei figli si separò dai genitori: trascese l'ambiente familiare, non senza dolore. In seguito alle iniziali scosse telluriche date dalla separazione, ebbe tuttavia una vita maggiormente gratificante sotto il profilo delle relazioni umane.
 
 La suggestione di appartenere ad un'elevata classe sociale (ella svolgeva l'attività di magistrato) fu una protezione che la donna formulò per sé stessa: per evitare di soffrire di fronte a quei legami sentimentali rappresentati dall'altro/gli-altri, che ruotavano intorno a cardini per lei inconcepibili. Concordia, fiducia, complicità, armonia, unione, fedeltà furono da lei intese quali fantasie realizzabili, all'interno della relazione amorosa, soltanto tramite la stipula di un contratto di valore legale.
Visse dunque nella convinzione che l'infelicità e la discordia rappresentassero la condizione immanente dell'essere umano - o quantomeno la propria condizione personale, senza che vi fosse alcuna possibilità di risoluzione. Del resto, se anche le si fosse mostrato un ambiente diverso da quello che si impresse in lei sin da quando era bambina, avrebbe reagito con diffidenza e magari avrebbe anche piegato quella visione alla propria prospettiva ideologica. In fondo lei crebbe in una famiglia dove concordia, rispetto, armonia etc. erano assolutamente assenti; e, quando trascorse un po' di tempo all'interno di una famiglia cattolica, sempre in età infantile, la quale presentava atmosfere diverse da quelle che lei visse in casa propria, se ne innamorò e pensò che bisognasse perseguire quello schema per ottenere la felicità o per ottenere un'accettazione sociale. Anzi, non è che pensò: sentì. Ricevette dunque questa traccia, che mai più l'abbandonò per il resto della vita.

Fu felice? No. Si sentì gratificata? No. Si liberò delle proprie paure? No.

 Soltanto un momento, in gioventù, visse qualcosa di simile alla felicità: incontrò un uomo con il quale visse una relazione assai breve, eppure felice. Poi intervenne una fatalità che rovinò la relazione, e si separarono. La fatalità fu una malattia che colse l'uomo. Ella allora confinò la propria esperienza nell'ambito del sogno, ossia la degradò al rango di eccezione. Storia triste.
 
 
 Penso alle ondine slave: giovani donne fidanzate che, pur di trarsi da un matrimonio organizzato in loro vece, si immergevano nelle acque del mar Morto: si allontanavano dalla riva e, giunte laddove non avrebbero più potuto fare ritorno, si lasciavano annegare. Lei si annegò: non in senso letterale, bensì nel senso di una donna che scelse di sprofondare in un lago costellato di finzioni, contorsioni psichiche, invenzioni.
 
 Cosa dire? Soltanto un pensiero mi viene in mente: che lo spirito delle ondine danzi sulle acque dei laghi e dei mari, tra i sogni delle genti, a monito di chi scorda, trascura o tace la felicità del cuore. Perché si prenda coraggio per superare certe influenze. Chissà, forse parlarne è già qualcosa.