martedì 20 giugno 2017

Quattro parole


- Ci si affeziona troppo a quelle parole che riguardano la propria esperienza. Pare di essere sempre fraintesi. Ci si ritrova così a bisticciarsi sui cavalli da corsa quando si conversava di pantaloni da festa.

- Il genio è amato e odiato dagli uomini perché non li lascia in pace. Dà loro coltelli più appuntiti per mettere in discussione quel che credevano di sapere, quel territorio di alibi e superstizioni sul quale hanno edificato le loro case, i loro rapporti, le loro aspirazioni. Ed è così che il genio rinnova il territorio con nuovi alibi, nuove superstizioni. E' funzionale al mondo umano, anche quando è perseguitato. Intanto la realtà è di là dall'essere compresa: abbiamo gli occhi troppo stretti per poterla vedere tutta. Ma più difficile del comprendere la realtà è mantenere quegli attimi in cui i nostri occhi si allargano all'infinito: tutto allora appare insensato, i cosiddetti valori appaiono per quel che sono: un'occupazione che ci si è dati per non sentirsi piccoli piccoli. Questo di per sé è già geniale.

- Odio dormire perché si interrompe uno stato di forza, ma amo sognare per gli scenari che mi offre il sogno. Vivrò sognando e dormirò senza volerlo, come un inciampo.

- Ognuno crede di sentire più degli altri, di sopportare più degli altri. Ognuno si scontra con gli altri per gli stessi patemi. E nessuno ha ragione. Poiché chi ha ragione non sente più, non prova più: la ragione è una cosa morta. La ragione è distante dalla vita, non ne è coinvolta. Perciò non avrai ragione fintanto che crederai di provare gioie e dolori più profondi del tuo vicino. E quando avrai ragione sarà perché non sentirai più nulla, sarà perché per te la vita sarà una questione risolta. Ma allora più nessuno ti vedrà e tu sarai come un fantasma in questo mondo. Proverai dunque dolore, ti aggirerai per questo mondo cercando di farti vedere: ti vedranno perché soffrirai, ma tu dirai comunque: “non capite il mio dolore!” e si allontaneranno da te, interdetti perché non gli permetterai di esprimere quel che provano. E intanto cullerai un dolore particolare, speciale, che il tuo vicino non può neppure immaginare. Allora sarai tornato alla vita, allora avrai perduto nuovamente la ragione.

- L'amore è uno stratagemma che l'uomo ha inventato per sopravvivere a sé stesso. E' un atto di intelligenza.

- Si figlia molto spesso per non dover più provare dolore e spesso i figli proveranno lo stesso dolore sino a quando non figlieranno a loro volta: la catena del dolore si ripete così da millenni, e no: figliare così non è un atto d'amore, ma si dice egoismo. Anche istinto. Ossia si pensa a sé stessi. E intanto si trasferisce il dolore. Nessuna contrizione per questo, solo orgoglio.

mercoledì 10 maggio 2017

Indovinello


Gridiamo con la forza dei nostri silenzi
nell'incrociarci delle vie che sanno di noi,
dove perdiamo il sogno di una rinuncia
senza quell'abbandono che ci sveli,
senza ossessione, quel che non siamo.
 

domenica 7 maggio 2017

Estratto da: "Antro Zanni"


 L'ufficiale era corpulento e una espressione perpetuamente grave gli trapassava il viso, si notava indaffarato in una serra di una cascina in un paesino nella provincia di C... Quando ne usciva pareva sempre più assorto. Quest'uomo proveniva da Pozzuoli, dove si era arruolato come UPC (Ufficiale Pilota di Complemento): dopo dodici anni di ferma decise di abbandonare l’attività, trasferirsi da noi e cominciare quella che oggi è una poderosa impresa agricola.
Quando lasciò la sua carriera, che sarebbe probabilmente sfociata nel civile per via della quantità di ore di volo accumulate da militare, fu additato da più e più persone come un irresponsabile, un sognatore con la testa piena di fantasticherie, forse inculcategli da un signore partenopeo che un giorno, quando ancora il nostro uomo militava nel napoletano, lo avvicinò. Cogliendo che il nostro uomo non pareva così deciso della carriera militare, gli illustrò una teoria sul mondo arrivando a concludere: “che molte e molte persone si gratteranno la testa per tutti i guai di ‘sto mondo, allora ci sarà bisogno di qualcuno a difenderle dalla canizie”.
Con l’idea dei capelli nella testa, l'ufficiale pensò di produrre un balsamo per capelli. Si ricordò di suo fratello, un sindacalista che si intratteneva con donne di "dubbia provenienza", così si diceva nella provincia, e gli domandò della cascina nella quale viveva: se poteva acquistarne una parte, trasferirsi con la famiglia, moglie e figlia, e lì badare alla terra che il fratello aveva lasciato andare in malora.
All'inizio il fratello recalcitrò all’idea di dividere la cascina in due e di avere dei vicini, ma vagliò la piccola fortuna che gli sarebbe venuta dalla vendita e così, con un certo tirato malumore, concesse al nostro uomo le terre e metà della cascina.

 Si guardi ora l'ufficiale assillato dalla propria moglie per causa dei suoi propri esperimenti: tenta la via d’un balsamo prodigioso, ma non per capelli: si è ricreduto. Ora cerca la ricetta di una crema per le mani: ‘ché, pensa, il mondo sarà anche pieno di guai, ma se i capelli cadono è per via delle mani che abbiamo tutti quanti e che tutti quanti dobbiamo sempre più infilare in affari sporchi. E poi ci grattiamo la testa con queste mani sporche. Se si vuole che i capelli non cadano più, sarà bene difendere le mani dalla sporcizia del mondo…’ Così, deciso nella sua impresa, convertì le terre in piantagioni di fagioli, fagioli borlotti: si convinse della bontà salvifica di questi legumi e che da questi si potesse trarre una crema per le mani. Del tutto assorbito nelle sue intuizioni, sprofondò in esperimenti complessi: tentò incroci, miscele, compressioni ed estensioni della terra e illuminazioni gradanti; impianti e teorie vegetali del XVII’mo, XVIII’mo e XIX’mo; studiò il Tacuinum Sanitatis in Medicina del XIV’mo sito nella biblioteca nazionale di Vienna, ne dedusse la pericolosità del sesso femminile in natura, le influenze del ciclo con la flora, ne discusse le valenze, le smontò e si ritemprò nelle ispirazioni tratte da strambotti originali del XVI’mo di Vico Antonioni; si disperse nello studio delle evoluzioni botaniche: lo colpirono gli amenti delle betulle, il monoicismo dei vegetali, e comprese degli amenti relazioni inconcepibili con la terra di Amente, l’oltretomba, considerando il monoicismo vegetale con l’androginia celeste, ponderando se le betulle non fossero piante del paradiso: vagliò la possibilità e ne trasse distillati di stami e pistilli iniettandoli nei suoi fagioli, ma quando crebbero dei borlotti sbilenchi, bluastri nella guaina e malridotti nella polpa, si svilì: “è più facile che una gomena passi per la cruna di un ago, che un borlotto si levi in cascina”.
I contadinotti del paesino mormoravano sul suo conto: ne ridevano, lo chiamavano l'ufficiale, appellativo che gli diedero quando si seppe la storia di quest'uomo. Lo dileggiavano, lo additavano stando attenti a non far vedere il dito mantenendolo dritto e nascosto nelle tasche, il dito. Se lo incontravano gli dicevano: "ah, che bello! Ah, che bravo!", generosi nel complimentarsi. Poi lo dileggiavano. I pettegolezzi si sparsero: la vita per la famiglia dell’ufficiale si fece grama.  La moglie e il sindacalista, che per tutte le attenzioni rivolte verso l'ufficiale temeva per i suoi intrallazzi con le donne - che venissero a galla -, non patirono più la carneficina dei loro nomi e provarono di dissuadere l’ufficiale, ma questi non demordette criticando al fratello le scappatelle da pietoso donnaiolo e alla moglie l’ambigua posizione. Così proseguì nei suoi esperimenti.

 Si guardi ora un bambino giocare nell’aia della cascina. Non è figlio dell’ufficiale, non è figlio del sindacalista, non è parente di nessuno. Si chiama Giovanni. Parla, ride e gioca con la figlia dell’ufficiale. Giocano al girotondo, fanno le rincorse ai gatti e si nascondono tra il fieno. Lei lo prende per fratello, lui la prende per sorella, l’ufficiale diventa un padrino, la moglie una madrina e il sindacalista uno zio. La madre di Giovanni è in Thailandia, il padre alle Canarie, e di entrambi non si sa altro che questo. Quando il padre sparì alle Canarie, il sindacalista si intrattenne con la madre per qualche tempo e lei, per ringraziarlo, gli lasciò il bambino e fuggì con un uomo impelagato in certi affari in Thailandia.

L’ufficiale non si cura del bambino, non ci pensa, lascia che gironzoli per la cascina così come gironzolano i pettegolezzi intorno alla cascina: gli pare debole, malaticcio, e ciò gli fa provare un po' di insofferenza. Sempre più l'ufficiale si rintana nella serra e tutti i giorni, compresi il sabato e la domenica, ne entra alle sei del mattino e ne esce a mezzanotte. Per la moglie diventa un fantasma che appare soltanto all'ora dei pasti: 'è diventato una sorta di fantasma legumino, che appare un attimino', pensa la moglie che non ha perduto lo spirito, finché un giorno non si sente un botto che riempie tutta la cascina. Non c'è nessuno, soltanto l'ufficiale. Egli corre fuori dalla serra e sente dei gridolini provenire dal capanno che dà verso i campi. È Giovannino, steso, schiacciato dai tubi e dalle corde usate per gli esperimenti. Allunga una mano, sembra chiedere aiuto ma senza voler disturbare, gratta le dita nella terra e cerca di districarsi, ma si vede che ha gli occhi stremati e che non ce la fa. L’ufficiale scaraventa via i tubi e le corde, le toglie dal corpo del bambino e la sera, in serra, gli si stringe il cuore.

Ecco adesso: si guardi l’ufficiale come ascolta tutti e come dirotta la sua impresa e dice: “bene... bene...”, godendo di Giovannino che corre e che talvolta sta zitto, ma che gioca a rincorrere i gatti, a nascondersi nel fieno. E si guardi l'ufficiale come ascolta l’idea della moglie, lo si guardi mentre dai borlotti sbilenchi strizza una polpa che piazza ad ogni mercato e diventa la crema borlotta, richiesta in tutte le piazze, in tutti i mercati d'Europa da ristoranti e negozi di grandi e piccoli centri. E laggiù, ad un volo di mosca, nella provincia di C..., si guardino i contadinotti mugugnanti e incapaci di dire: “l’ha azzeccata”. I complimenti sono finiti.

venerdì 5 maggio 2017

Estratto da: "Ombre di un Dio Sospeso"


Quello che sarebbe stato il futuro padre di Chiara, da ragazzino aveva frequentato il catechismo del paese di D..., ed una volta – davvero solo una volta - aveva fatto il chierichetto alla messa domenicale delle sei, quando c’era poca gente. A nessuno confidò mai con quale emozione, quell’unica volta, avesse atteso il momento delle due note frasi: “e prese il pane…”, “e prese il calice…”, per togliersi lo sfizio di suonare il campanellino della funzione, rintanato, tutto accucciato sotto l’altare. Tuttavia anche lui, come molti altri bambini, escogitava delle astuzie per mancare alle ore di catechismo.

Siccome venivano saltuariamente organizzate gite al monastero di… o al luogo dove…, per "schissare" il ragazzino compilava un foglietto dove si spiegava che per quel sabato i ragazzi dell’oratorio sarebbero partiti con il pulmino per andare alla Chiesa della... a fare il…. Portato il foglietto alla madre, le diceva che non era necessario andarci: così lei non l’avrebbe mandato, per quel giorno, al catechismo. Certo, come trucco era infantile e sicuramente la madre sapeva che il foglietto era un’invenzione del suo figliolo e che le lezioni di catechismo si tenevano anche quel giorno, come sempre, negli stanzini ecclesiastici. Ma sapeva pure quanto fosse importante per il figlio poter andare a giocare al campo davanti a casa con altri bambini che, al catechismo, si facevano vedere ben di rado. Del resto non è che fossero una gran perdita quelle ore evitate anzi, di ciò che veniva insegnato talvolta i bambini ne facevano confusione... come quella volta che vennero a sapere che la gravidanza di Maria, la Madonna, si imputava ad una cosa chiamata conceptio per aurem e, cercando di creare essi stessi un nuovo, strano Gesù, misero nell'orecchio di una bambina quattro formiche che uno di loro aveva giurato di sentir parlare. Ma quando misero le formiche nell’orecchio della bambina, la prodigiosa gravidanza che si attendevano non si manifestò: successe che una di quelle formiche pizzicò la parete del condotto auricolare arrivando ad infiammare persino il nervo acustico-vetibolare della poverina, la quale fu portata al pronto soccorso con grande spavento di tutti. Il miracolo fu che i tre bambini non vennero puniti, ma giusto giusto una tiratina d’orecchi... E non si azzardarono più a combinare uno scherzo del genere, continuando però a chiedersi in quale modo, allora, la Madonna fosse rimasta incinta.

sabato 29 aprile 2017

Abc


 "Ti hanno raccontato che per esistere, in questo mondo devi perseguire a, b e c. Quando saprai di aver perseguito con soddisfazione a, b e c, quando lo spirito suscitato dalla suggestione di queste coordinate sarà esaurito nella loro indagine e nella loro definitiva presa, l'esistenza sarà da te percepita come una cosa indefinita, insostenibile. Ormai priva di spinte regolate dal desiderio, spento nella sua sete, l'esistenza sarà sterile; e secondo il principio della riflessione, aride e invitte ti sembreranno gran parte delle cose del mondo.

 Allora, se quel sentimento in te già presente prima che vivessi il periodo in cui ti spendevi per soddisfare a, b e c, sentimento proveniente da una dimensione terza rispetto alle forme che hai perseguite ed in accordo con il carattere della tua essenza, avrà ancora effetti nella memoria e ti sarà accessibile, sarà allora quello a far di te, quando rivivrà, un individuo per cui il mondo nutrirà o indifferenza o invidia e più raramente ammirazione, plausibile e rara nelle sue manifestazioni.
  Lì sarà l'occasione per cui rendersi vorrà dire penetrare i secoli e i millenni con la serena vocazione contemplativa di chi sa, del mondo, la sua apparenza; quella sarà l'età dove i moti animati dal clamore ti saranno chiari, sui quali avrai la veggenza e verso i quali rivolgerai quell'interesse che si dà alle cose che si ripetono immemori e per le quali spendersi significa, ora, venir meno a ciò che risulta vero nella sua sostanza.
 Sopra il pensiero verso quel che è ineluttabile e che si chiama morte, questo è ciò che risulterà vero nella sostanza, percepita adesso secondo una pulsione allora inavvertita, agiranno le tue scelte; su questa troverai quel rimando tanto percepibile in quegli uomini che sanno della loro transitorietà. Poiché vicini alle forze naturali: viaggiano per mare come pescatori o vivono tra le montagne, essi presentano una più profonda accettazione verso quel che è invalicabile; così presentirai anche tu l'accoglienza assai placida, che somiglia ad una resa ed è invece una vivida comprensione dell'esistenza della vita, una raggiunta visione che ti salverà dall'inedia provata in quel tempo dove, ormai, soddisfatti i fragili incanti del mondo, proprio perché soddisfatti, l'esistenza si farà insostenibile.

Il misconosciuto sentimento acquisito ti mostrerà allora quell'abc principale, secolare e perfetto, che con estrema difficoltà si mostra tra gli a, b e c che il mondo statale dice necessari alla tua esistenza."

domenica 2 aprile 2017

Generali e Soldati


Le guerre con i cavalli e con le sciabole, quando già c'erano le baionette, erano fatte sul campo da soldati spesso ubriachi: ciò era lasciato passare e, anzi, era incentivato dai loro "capi". Così ubriachi, i soldati avrebbero sostenuto meglio gli orrori cui si rendevano responsabili...
Ma queste erano ubriacature d'alcool, di vodke e di whiskey che si scordano al mattino (le atrocità, no); quelle dei generali erano ubriacature di granelli di sabbia che diventano, fatalmente, sterminati castelli di sabbia. Essi davvero si aggiravano in questi castelli, e qualche volta senza bottiglia.

Probabilmente in ciò consiste gran parte delle atrocità commesse dall'uomo: l'aver creduto troppo ad una parte, nonostante che il gioco da esso inventato sia diventato crudelmente, ridicolmente consueto.


Nota: la raffigurazione pubblicata, utilizzata per la prima di coperta del libro "Guerra e Pace"  di Sansoni Editore (1966, vol. **), stando alla dicitura in seconda di coperta è denominata: Truppe in Marcia. Ma la si può trovare anche sotto la denominazione: L'Attraversata delle Alpi del Generale Suvorov.
L'autore è Vasilij Ivanovič Surikov.

giovedì 30 marzo 2017

Room


L'unico che riesce a bucare lo schermo, a far arrivare qualcosa di vero: il disagio, è William Macy in una parte piccolissima, per me davvero ingombrante per gli altri attori.
 
Il bambino. Se vedo un bambino sullo schermo non lo penso subito un grande attore: se le sue espressioni mi rimangono impresse allora lo trovo bravo. Qui, purtroppo, non ha funzionato (ricordo solo i capelli e i capelli da soli non bastano per un oscar, non sempre almeno). Lei, non mi è piaciuta per nulla.

Riguardo al film penso: brutto. E la realtà è più sporca, ma molto più sporca. Penso alla Sequestrata di Poitiers, fatto di cronaca di fine 1800, inizio '900 raccontato dal grandissimo Gide. Donna chiusa in una stanza per 25 anni. La trovarono tra le sue feci, su un materasso, fisicamente compromessa, avanzi di cibo marcescenti sparsi attorno a lei...
L'orrore, l'incredulità, il mistero. Cosa che non ho ritrovato del tutto qui.

E darò troppe scosse, troppo poche.
 

martedì 28 marzo 2017

Il Potere


Cogli occhi aperti a rate,
care collane di sterco in veranda
                                        attratte dal mare,
colle soglie bruciate
e le scommesse di vita ab ovo tentate,
restano strade incrociate,
                               giusto incrociate,

nel presente che precipita fiori
                              che ardono spenti,
                                      che sanno di te.

E sui piedi la morte, le dita amare,
i denti erosi, la senti cantare
                                        il tuo nome

mentre conti i tuoi passi, squadri le vite,
stili i ruoli,

redigi.
                                             Dici d'amare.


sabato 25 marzo 2017

Zucchero nel Serbatoio della Benzina


La glia ha funzioni strutturali, protettive e, cosa inaspettata sino a non troppi anni fa, energeticamente attive; esiste l'informazione per replicare i neuroni: i neuroni "di riserva" detti "specchio", che sono sintomo di questa informazione, ma non si sa ancora in quale modo estrapolarla - e forse la si potrà ottenere dopo certosini, faticosi percorsi di catalogazione, che portano ad una visione precisa dei meccanismi cerebrali; il corpo calloso non è un separatore, come veniva considerato agli inizi degli studi, tra l'emisfero destro e l'emisfero sinistro, ma sembra che sia un "ponte", e non soltanto questo, che possiede qualità sue proprie; esistono poi differenze di potenziale, strutture mieliniche, articolazioni nervose estremamente complicate, ma raggiungibili dalla nostra comprensione che, nella sua straordinarietà, è stimolata proprio da ciò che si cerca di comprendere: il cervello umano, che studia se stesso - sinché non si fissa sull'oggetto - come un Dio che guarda nel proprio infinito per scoprire i cardini della propria essenza. Si immerge così nel buio dei suoi meccanismi e conquista la luce della conoscenza, che tende alla propria protezione e al proprio perfezionamento, sia nella scoperta delle strutture che nella facoltà di intervenire su di esse. 

Si sanno dunque moltissime cose, ma non sufficienti per affermare che il cervello sia cosa ormai esplorata in ogni sua attività anzi, se si fosse raggiunta la complessiva conoscenza delle attività del cervello umano, che va in accordo con la conoscenza della materia, cioè la chimica, e dalle forze comprese nella materia, avremmo l'opportunità di creare intelligenze artificiali - e così non è se non nella speculazione, che è pure stimolante e apre prospettive di studio impensate, comprese le proiezioni di svago che propongono esse stesse, già oggi, il raggiungimento della comprensione del cervello come un primo mezzo per conquistare l'immortalità - attraverso il trasferimento della coscienza, della memoria e della personalità in sedi organiche e artificiali, resistenti a condizioni impossibili per il corpo umano. Questa è la fantascienza dello svago, ma pure una fantascienza che invoglia allo studio difficile e faticoso del cervello umano.

Quel che sappiamo, ahimè, è che si usano e abusano farmaci che intervengono sulle attività cerebrali.
Naturalmente i farmaci si somministrano per curare disfunzioni e anomalie, rilevanti o meno, che riguardano le attività del nostro cervello; però si usano anche per potenziare le attività cognitive da parte di studenti, professori, professionisti, come ricorda ancora lo studio presentato il 13 marzo 2013 dal Cnb alla Presidenza del Consiglio dei Ministri1; inoltre vengono utilizzati in sede militare così come si è utilizzata l'anfetamina e, prima di questa, l'alcol per intervenire sui comportamenti dei militari coinvolti in operazioni non proprio ortodosse (quale operazione di guerra o, come si dice ipocritamente, di pace, può essere considerata ortodossa? se non quella di sterminare, di immiserire, di spazzare via tutto ciò che è vita: cosa propria - ortodossa - della guerra).

Ora, la questione è questa: si è d'accordo per gli psicofarmaci. Va bene. Poiché possono produrre effetti positivi e migliorativi: benefici per la persona affetta da disturbi altrimenti non risolvibili, ma c'è in questo un quesito irrisolto e che si trova a monte dei loro effetti: se il cervello umano ha ancora da essere scoperto in ogni sua attività, come si accoglie la somministrazione di farmaci rivolti alle sue attività?
Non la si accetta del tutto, infatti, e, per ora, la risposta latita nell'appellarsi agli effetti visibili degli psicofarmaci.
Al contrario, si ha l'impressione che l'utilizzo degli psicofarmaci somigli al versare additivi zuccherati nel serbatoio della benzina - e lo zucchero nel motore è un guaio. Un tremendo guaio.

Dunque, per ora, lo "zucchero" è un compromesso più o meno accettabile; tuttavia non ne rimane accettabile l'abuso. Questo è il guaio; e, forse, all'origine di questo guaio, c'è anche questo:

Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri 'crede.
(…)
Se' savio; intendi me' ch'i' non ragiono.


1 I dati rinvenibili nella letteratura in lingua inglese danno stime del 7-8% degli studenti di Colleges e Università nordamericane che utilizzano FPC (Farmaci per il Potenziamento Cognitivo). Si raggiungono, in alcuni casi, picchi superiori al 20%.

I versi riportati appartengono, naturalmente, a Dante Alighieri. Nella Selva trovo una delle molteplici rappresentazioni letterarie sulla depressione; e ne concepisco altre, che però poco si accordano con questo pezzo. Borges, mi pare, riusciva ad interpretare in quattro modi differenti ogni verso della Divina Commedia... Ma, la Divina Commedia tutta, come la interpretava?


Nota L'llustrazione che ho inserito nel post è di George Procàska (1749-1820). Venne utilizzata come prima di coperta per il testo: Il Cervello, Introduzione alle Neuroscienze di Richard F. Thompson (Zanichelli Editore, quinta ristampa della prima edizione italiana fatta sulla seconda edizione americana - anno 2001. La traduzione è di Silvia Monte, revisionata da Giovanni Zamboni. Il curatore della coperta è Duilio Leonardi, sotto la direzione editoriale di Grazia Zaniboni s.r.l).

sabato 18 marzo 2017

La Crescita di un Tasso (Breve Sogno Felice)


 La fatica di quel Tasso descritto da Goethe, il ricercare le parole che stabiliscano le forme delle sue figure immaginate, la tensione mai interrotta, il prestare al prossimo una parte da rappresentare... dov'è ora quest'uomo carico di una forza cui il giovane sbrigliato non considera – ma è la forza che regge il mondo, vorrei sussurrare a questo giovane. Una forza mai fragorosa che si direbbe elegante e ambigua, da guardare con ammirazione e timore.

Dov'è quel centellinare, conservare, ridurre per riversare nella creazione che trapassa il secolo, l'opera.

Dov'è, oggi, il Torquato Tasso?

 Sono certo che in Europa esistano dei Tassi non dichiarati: segnati nel viso e nell'animo dalle cicatrici che l'insofferenza del mondo impartisce loro, essi insistono nella più sottile assenza di clamore l'abnegazione per la creazione.
Forse soffrono, tendono, ordinano, reggono nelle loro strade senza via quel che si fa vivo nell'assenza di clamore. Essi vanno, senza una Corte, senza la protezione di un principe, tra le bellezze e le mitezze scadute a compiere quel silenzio che dà il senso di un amare; e nel riserbo, e discreti, essi sfilano sulle vie leggere di un presente che non è.


La raffigurazione è il dipinto di Giambattista Tiepolo, del 1752: “Rinaldo e Armida in giardino”.

lunedì 12 dicembre 2016

Annì


Era caduta nella tela a quadretti della vita pulita. Ogni quadretto era figlio di violenze su sé stessa, aveva scardinato ogni prospettiva, ogni occhio che portava in sé, per discuterlo. E si era discussa sino alla secchezza, le sue labbra, la sua gola erano aride: non parlava più per nessuno, per nessuno era più qualcosa.

E lei sola, con la sua superbia di essere superiore alle proprie corde, ora se ne vagolava tra i corpi e i corpi vuoti delle sue sensazioni: tanta era la distanza che tanto aveva costruito con tanta zelante puntualità, che ora la viscera vuota di una creatura inesistente era ciò che lo specchio rifletteva di lei.
Ma non lo specchio d'argento, quel film che irretisce anche la creatura più snodata, che la anchilosa sino al pomo d'Adamo, sino alle tube di Falloppio, e la raggira con il canto di un'immagine formidabile, unica, irripetibile, no: lo specchio era l'eco dentro di sé dei suoi tentativi mascherati da grandiosi superamenti. Quello specchio le ricacciava indietro l'odore, ecco quel che faceva, e la schiaffeggiava con dita piccole, di ferro, per infettarla in ogni midollo che possedeva con l'intuizione di essere una creatura immonda. E lei era una creatura immonda, quel che abbracciava marciva, si spegneva; e la sua scia era la scia di una lumaca fatta di eternit. Ma la morte per lei non arrivava.

 Quanto ancora doveva restare in quella selva di pulsioni sterili, di facce sfregiate dalle volontà più cieche, l'ultima, la più cieca tra tutte: vivere ad ogni costo. La volontà morale che la ostacolava e la feriva ad ogni respiro, quella volontà che esaltava la propria ottusità nel buco nero di un universo disperso. Perché lei percepiva ad ogni secondo la caducità di ogni sistema e si chiedeva: perché continuare, che malattia ho? E continuava a vivere, stentava a vivere priva di qualsiasi cosa che le desse una ragione per continuare a vivere.
 

giovedì 8 dicembre 2016


 Ma la salvazione si disperde
nell’appartarsi di scarne creature
impiegate ormai da nuovi maestri

e tremanti le pelli nei borghi, tra le province,
restano oscure ai vestitori le facce,
i ragazzi, le cieche pulsioni.

 Ma di scritte di scarne eresie sa,
tra le strade di muri
sfitti e rotti relitti, la gente:

trita coi contriti, tra i rosi sorrisi spenti
rimonta «il triste far niente»
di una sconfinata astinenza

senza clamori o appariscenza,
pericolo di ogni resilienza
— la resistenza.

 È tra dirupi di scarni muretti
e vicoli e stenti di vecchi
dove sono di nuovo pudori violenti

di madri sbiancate ai figli repenti,
che non sono mai sazie
di chiari dolori — la gente,

 e, muta, discorde,
senza clamore, muore la Storia.

venerdì 7 ottobre 2016

Agnelli


 Caro Flavio,

ho incontrato Paolo, a Bologna, di fronte all’Oratorio di Santa Cecilia, in via Zamboni. Indossava un maglione beige e dei pantaloni marroni, a righe, con la catenella dell’orologio a cipolla che scendeva da un passante dei pantaloni, girava intorno alla gamba e finiva in una tasca.
Il suo aspetto era discreto tra le espressioni del suo viso che lo rendono familiare e discosto.
Ero in compagnia della mia amica, Paolo si è tradotto in confidenza con lei, dal primo attimo, aprendosi e raccontandole il messaggio che mi ha spedito solo ieri, con la prevenzione di un’apertura del tutto confondibile con lo scherzo: “Si può morire a vent’anni?” Guardava la mia amica con una comprensione degli occhi che lei arrossiva. “Si può morire a vent’anni?” ha continuato mentre lei arrossiva, “E tu, tu...” ed ha indicato a sé stesso dicendo, di sé, se lei avrebbe potuto accoglierlo. O salvarlo.
Lei ha sorriso, d’un sorriso così timido che mi sembrava abbellisse il suo viso.
Gli occhi di Paolo si erano accesi per la chiave trovata nel farla sorridere. “Sai,” ha detto, “piango a volte per una notizia, un uccellino. Lo guardo fuori dalla finestra e piango. Non piango per l’uccellino, no, esso è il pretesto per godere dell'immagine di me che piange... E mi sforzo di piangere per quanto non ne goda, e non amo. Poiché quando si ama anche piangere è il pezzo di un immenso disegno, ma il mio piangere è solo un pezzo isolato che... Io piango da solo, nel nulla...” Proseguiva nelle sue parole mentre attraversavamo la strada. “Le mie sono lacrime che si perdono nel nulla, sono costretto a piangere in una stanza, per un uccellino, per piangere...”
Poi abbiamo raggiunto via Marsala, ha detto: “Nell’amore le lacrime sono come le gocce su uno specchio e si riflettono nella nostra vita, lo specchio è lo sfondo della nostra esistenza. Ma io non amo, cara amica, non amo nulla, non ho sfondo, non ho mari e le mie lacrime sono morte.”
La mia amica si è sorpresa, Paolo conosceva le parole del Goethe.
“Oh oh,”, ha esclamato lei e ha sorriso d’un sorriso dolce, sempre timido, rivolto verso Paolo; si è legata la sciarpa intorno al collo, il vento era freddo; prima che entrassimo in copisteria, ha guardato il telefonino: “oh, devo andare!”, ha detto. Ma titubava. Quando ci ha salutati sembrava arrossire, gli occhi le si sono stretti, sembrava dire: “Ciao, ciao!”, ma non ha detto nulla, forse l'ha bisbigliato. È volata verso via Indipendenza, è scomparsa quando nella nostra via sono entrate due auto.
“Visto?” Si è voltato Paolo.
“Cosa?”
“Il vento porta via i fiori, li invola. Ma non il vento: le mie parole li fanno involare lontano da me.”
Gli ho spiegato che lei vive in una camera doppia e sta cercando una persona poiché la sua coinquilina ha lasciato la stanza: “Lei è rimasta sola e non riesce a pagare l’affitto… Per questo è andata via di fretta, aveva un appuntamento con una ragazza che forse le affitterà la stanza.”
“Come si chiama?”
“Margherita.”
“Margherita, il nome della tua amica... Era una regina, ma lei è così piccola... Oggi sarai tu la mia regina: io farò il cavallo, potrai dirmi dove portarti, strigliarmi quanto vorrai, darmi gli zuccherini, farmi capire che se non salto, se non ti porgo la schiena, se non corro mi devi uccidere. Diamine, non si uccidono così i cavalli...” e ha riso vedendomi ridere nell'immaginarlo un cavallo.
“Ma io non amo più,” ha detto mentre lasciavamo la copisteria, “non amo più.”
Siamo andati a casa mia. 

II. Ho recuperato due maglie che volevo gettare, Paolo era contrario: sperava in un cassonetto della Caritas. Non sapevamo dove trovarne.
Abbiamo domandato all’edicolante, che ci ha spediti in piazza Aldrovandi: “Là... Forse là c’è qualcosa... là... là…”
Là però non c’era nulla, solamente una strada che non conoscevo. Abbiamo domandato ad uno spazzastrade e lui e una signora hanno parlottato tra loro, la signora era seduta su una panchina e si è incuriosita all’udire la nostra domanda. Con lo spazzastrade si è provata di aiutarci: “di qua, di là, forse dentro le mura, chissà…” E lo spazzastrade: “Trovo certi sacchi, a volte, pieni di roba - indignato di cuore - e noi li dobbiamo buttare con tutto il resto.” Abbiamo scosso la testa tutti quanti. “Forse in chiesa, sì, in chiesa, ad un parroco: loro sanno a chi darla.”
Eravamo felici, abbiamo ringraziato e ci siamo voltati verso la Chiesa dei Servi.

 Camminando al centro della strada, mi sembrava che recapitare una maglietta ristretta, un’altra maglietta e un paio di calzini, che certamente ho tolto dalla mia scatola delle scarpe, alla Chiesa, fosse qualcosa per cui vergognarmi. C’era anche un fazzoletto: l'ho tolto nel riaprire la scatola, dopo averlo scoperto perché, lo sai, non me lo aspettavo, ed ho immaginato Paolo con indosso una delle mie magliette, sì. Nel confidargli la mia fantasia avrebbe sorriso e... che danno avrei fatto! Non ho pensato né creduto che mi sarei, non saprei, che con la mia confidenza avrei perduta la sua fiducia: “Questa maglietta potrebbe starti bene!” ho detto.
Oh, Flavio... Come sono avventata! Mi ero già scordata delle parole di Paolo, dei suoi messaggi. Cosa mi è saltato in mente?
“Le persone si svelano nelle loro fantasie,” scriveva, “porta le persone a raccontarsi attraverso queste,” mi diceva, “capirai molto più sul loro conto che chiedere loro: ‘quale dolore ti ha toccato, quale rimpianto...’”
Ed io gli ho confidato la mia fantasia, mi sono raccontata, mi sono aperta senza tenere più alcun segreto per me che rende gli uomini fedeli. Perché gli uomini ti sono fedeli fin tanto che cercano il tuo segreto.
“Non trattenere la tua ricchezza: liberala e creerai dei buoni segreti.”
A questo punto sono caduta. 

III. Abbiamo attraversato la strada e siamo entrati nella Chiesa dei Servi.
 Nel buio c’era solo un ometto, piccolissimo, al centro della navata, tra il portale e il presbiterio, che si piegava e spostava i banchi per allargare il passaggio tra le fila. Da questa e dall’altra parte della navata, spingeva i banchi delle fila verso i pilastri, poi si fermava, controllava che fossero allineati, e si rivolgeva verso il banco successivo. Quando siamo entrati, il corridoio centrale era largo fino a metà, poi si stringeva dove i banchi non erano ancora stati spostati.
“E se vivessi qui?” ha detto Paolo sussurrando (la Chiesa era enorme) e mantenendo la testa bassa. E ha sussurrato ancora: “Una seggiola, io seduto e chi entra…”, e ha provato la posizione della sedia, l'ha mimata, lui seduto e con i gesti ha inventato la gente che entrava in quell’enormità, con lui al centro simile ad un vecchio. Tutto intorno era l’altezza delle colonne, la diffusione della luce, la grandiosità imponente dell’arte religiosa.
“Mi verresti a trovare?” ha domandato.
“Non lo so…” ho risposto.
“Ah, così non mi verresti a trovare!” ha concluso mostrandosi indispettito.
Abbiamo domandato all’ometto, gentilissimo, fermando la nostra scatola delle scarpe sottobraccio. “Oh... no, no, qua il parroco non c’è. Provate a destra, dall’altra parte della strada, sotto i portici: là c’è la chiesa della Caritas… Provate là... sì... là…” E siamo corsi fuori dalla chiesa, oltre la strada, abbiamo preso i portici, siamo saliti per Strada Maggiore, verso Porta Mazzini (Paolo non conosceva l’altra Chiesa), ed ho detto: “Dovrebbe essere quella, guarda!”
“Se vedi una spada è una chiesa.”
Una delle quattro statue sul cappello del sagrato possedeva una spada.
“Perché ha la spada?” ho domandato.
“‘Non sono venuto a portare la pace, ma la spada…’” mi ha risposto. “Poi le chiese hanno sempre una spada da qualche parte...”, ha detto sorridendo nel mentre che attraversavamo la strada guardando la Chiesa, che ombreggiava su due Carabinieri e un ragazzo in maglietta bianca che si trovavano al di qua della carreggiata.

 La Chiesa era piccola, chiusa, senza maniglie. Solo i portoni grandi. Li abbiamo spinti con le mani e abbiamo desistito perché erano sigillati, trovando dei campanelli della Compagnia dei Poveri Vergognosi mentre una signora magrissima, coi capelli a caschetto, grigi e neri, tutta contenuta e forse timorosa, gironzolava sul sagrato.
Paolo l'ha avvicinata e ha parlottato con lei.
“Cosa c'è?” gli ho domandato appena la signora è andata via.
“Lorenza...” Paolo mi ha mostrata una faccia triste, “è mancato il parroco.” Il suo viso era sconsolato, sconfitto, abbiamo riso come bambini mentre al campanello del diurno non rispondevano e la piccola signora prendeva già una traversa lontana, rinfrancata dalle due parole scambiate con Paolo, abbattuta nel suo vecchio portamento piccolo.
Imbocchiamo anche noi allora la via della signora quando non la vedevamo più, abbiamo ricalcato l'ombra dei suoi passi incrociando un parroco.
Io non l’avevo visto, ma Paolo sì. Gli ha domandato dove potessimo recapitare la nostra scatola, il parroco, con una voce lieve e dimessa già udita in altri parroci, ci ha indicati alla Chiesa di San Bartolomeo: “Andate, andate, vi sarà aperto,” e ci ha salutati rivolgendosi all’uomo ben vestito, suo compagno di strada, un giovane che sembrava provenire da un’impresa bancaria.

 Al San Bartolomeo non era aperto. Era aperto, sì, ma il parroco non c’era se non una signora che puliva, che abbiamo atteso terminasse la sua conversazione al telefono e ci venisse incontro dalla nicchia della sagrestia.
“Oh ben, figlioli, sussopra hanno da adoperarsi per i bagni… Un tal casotto… Ben, ben, non posso prender nulla, son oberata e sussopra ho da metter mano ancora, figlioli cari. Da metter mano… oh, che mi perdoniate, figlioli, che mi perdoniate…” E noi la salutavamo. “Ma, sì, ma sì!" Ci seguiva. "Ma sì, ma sì, che mi si perdoni! In via Oberdan, là… Proprio la Caritas, sì, la Caritas: là, al San Nicola, sul fianco... Sì sì, così, per la parte così... Là le pie vi ascolteranno, là c’è la Caritas: là, figlioli, là, la parte così, così… Che mi si perdoni... grazie... grazie... là...”
Siamo corsi verso Via Oberdan con Paolo l’impressione forte che il San Bartolomeo fosse una Chiesa pornografica, così ha detto: “Le tinte violente, la luce ingombrante, arrogante. L’altra, la Chiesa dei Servi, era più pudica nella sua imponenza. Era lenta, avvolgente come un millenni che pervade la tua vita...” Ma prima che finisse, ancora mentre camminavamo per Strada Maggiore, siamo giunti dove una famiglia stava oltrepassando un cancello sotto i portici, che apriva ad un cortile di una grande casa. Ci siamo fermati per lasciar loro libero il passaggio.
“Come siete buoni!” ha ringraziato il padre magro, alto, forse tedesco, che filava in coda alla moglie e alla figlioletta.
'Siamo buoni davvero.' Ho pensato.

IV. I più buoni della città, Flavio, i più buoni! Sì, mi sentivo buona veramente. Però, quanto era difficile realizzare la nostra bontà giungendo a consegnare la scatola, finalmente. Sembrava che per qualche caso la scatola ci costringesse ad un viaggio all'interno della città, ho pensato che sia più facile realizzare il male che il bene.
“Ma forse la virtù della bontà consiste nel viaggiare...” ha detto Paolo dopo avergli detto la mia riflessione, considerando per sé quel che conservavo per me.
Abbiamo camminato fino alla Chiesa di San Nicola. Mi sono spaventata al clacson di una motocicletta quando, bloccata dal traffico, sono rimasta sotto le due Torri, di fronte alla Feltrinelli, per gettarmi al di qua della strada facendo lo slalom tra il traffico.
“Ha suonato a me?” Ho domandato.
“No.” Ha risposto Paolo ridendo. Una signora magra, alta, tremava alle mie spalle, tossiva sdraiata di fronte alla vetrina della Feltrinelli, attorno a lei un capannello di persone la guardava, parlava, la guardava e l'esortava.
Giriamo per Via Oberdan, distinguendo la Chiesa di San Nicola; prendiamo la via e, infilandoci per la “parte così, proprio così'”, siamo rimasti senza di che trovare. Un braccio di via tanto più stretto di una strada, un vicolo giallo e gretto di porfido, e null'altro. Un campanello era appeso all’edificio, su un rientro a sesto acuto, con la telecamera sopra la grata del citofono e le maschere segnate dell’indirizzo delle Suore di Carità.
“Adocchiandomi sovverrà loro,” ha accennato Paolo tirandosi la barba e i capelli nel premere il campanello, “sovverrà loro: ‘Oh, Gesù!’” E si è indicato il viso, così simile al Gesù delle false raffigurazioni, ed ha mosso il viso nel gaudio contrito della rivelazione prima che udissimo: “Là, là," ci parlavano dalla grata del citofono, "là, là: dall’altra parte, oh misericordia, dall’altra parte, misericordia santissima, sotto la torre, sotto la torre, misericordia beata, sotto la torre… misericordia...” Siamo corsi dall’altra parte. “Là,” ha detto un signore, “dentro il cortile.” Siamo corsi oltre il cancello, nel cortile.
“Qui.”
“Io non prendo nulla, per carità!” Ci ha bloccati il canonico bassino giunto sulla soglia della guardiola: “Si ha tanta di quella roba, i magazzini…”
“Ma sarebbe un peccato...” Abbiamo replicato.
Ho scoperchiato la scatola stendendo le magliette: “Un peccato…”
“Ma sì, su, su, va bene, va bene. Terrò da parte.”
“Grazie, grazie!” E abbiamo salutato. Io poco perché l’omino non esaudiva il nostro desiderio.
Paolo, sulla strada, mi ha detto: “Lorenza, un convento... Basta poco, basta dire: ‘è peccato, è peccato...' Hai visto.”
Voltandosi mi ha detto ancora: “Poi, se a dirti ‘è peccato’ (ha indicato il proprio viso di barba e capelli lunghi)... che poi si accompagna con una Maddalena...”.
Ho riso, Flavio, l'ho abbracciato, si è allontanato, la giornata si è chiusa così, come un fiocco di polline che si perde in un tramonto che non si ferma mai. E penso ancora alle parole... Alle parole, al viso... Morire a vent'anni, io non amo...
 

mercoledì 6 aprile 2016

Anna, Teresa e Emma (vagolando un po')


E se raccontassi di Anna, Teresa e Emma che si accompagnano insieme per una strada di Parigi, mettiamo lungo la discesa di Rue du Pas de la Mule che è quella traversa, presa dal Boulevard Beaumarchais, che porta al giardino di fronte alla casa di Hugo?
E' in quel giardino che ho trascorso molti pomeriggi di primavera a leggere, soprattutto Gide, attorniato da gente, tanta gente sdraiata sul prato del giardino. O seduta sulle panchine.

Emma Bovary la vedo approfittare di ogni occasione per dileguarsi; Anna Karenina sarebbe sempre più pallida, verrebbe considerata un po' malaticcia e forse altezzosa.
E Teresa, Teresa Raquin, non ho dubbi che direbbe senza sosta: "guarda quel pittore!, guarda quell'artista!" e ammiccherebbe sia all'artista che al pittore, perdendo poi la testa per un panettiere. Capita.

Rimane l'idea che ci sia un filo conduttore tra i tre personaggi che ho citato.

In un secolo e mezzo hanno passeggiato l'Europa - moltissimo! E le ho viste spesso spuntare dai “loculi” di Parigi, che sono gli appartamenti della bianca, sepolcrale città francese, e davvero mai le ho viste a San Pietroburgo. Le vedo però spuntare ora e spesso tra i frassini del bosco nel quale vivo ritirato, decisione istintiva per consegnare alla mia morte una goccia di splendore. Senza corrompermi, per dirla con De André, nel gioco delle furbizie da primo gradino, quello più alto, dell'immagine, del ritorno, degli interessi... Altre storie.

Anna, si potrebbe dire, perché era a Parigi? La città sarebbe più adatta ad Emma e a Teresa. Eppure, in Anna Karenina c'è qualcosa di talmente franco che è difficile pensarla russa. Tuttavia i samovar, le troike, il ghiaccio, i pattini... Tutto ciò la rende russa, almeno nell'ambiente che la circonda.
Mi sembra per questo che Tolstoj debba molto a Flaubert, e con lui Zola. E che tutti e tre debbano tantissimo a Alessandro Manzoni, alla "sua" monaca di Monza. O Signora di Monza. E che Manzoni debba appunto moltissimo a Suor Virginia de Leya, la Signora. E che lui dovesse abbastanza a quel monsignore che gli permise il prestito del processo alla Signora, e che noi dobbiamo anche al Dandolo la ricerca su questa figura nonostante le controversie che lo implicarono; e, insomma, che si debba sempre qualcosa a chi riesce a rendere pubblico quel materiale che appartiene agli archivi delle diverse curie, in questo caso, che non sono così segreti né inaccessibili. Insomma, si deve.
Ad esempio, si deve anche la ricerca del Mazzucchelli sul processo alla Signora di Monza.

Ma questi sono temi scarsamente o, per meglio dire, per nulla popolari; si tratta di retroscena che costituiscono il materiale per studiosi e scrittori; o, almeno, per scrittori intenzionati a far della propria penna una professione, certi che si tratti, quello della scrittura, di uno dei lavori più pericolosi per la sanezza di un essere umano. Poiché potrebbero ripercuotersi, le loro parole, le loro storie, non soltanto sulla loro persona, ma sui loro affetti... E la ripercussione è raramente istantanea, germina anzi nella loro emotività in una sorta di angosciosa, forse esaltata, attesa di persecuzione. A distanza di decenni dalla pubblicazione, uno scrittore potrebbe subire danni, rovine, catastrofi... Casomai esistesse una coscienza perfetta ed una profonda consapevolezza, l'evento della pubblicazione sarebbe concepito come un evento orrendo, temuto e ripudiato - se non fosse che tale coscienza, che ha a che fare con una sorta di spiccato senso d'incolumità esteso agli oggetti riflessi dalla propria persona, sia battuta, e di molto, e molto spesso, dai canti delle sirene, dai venti di una dubbia vanità. Scrivo "dubbia" perché per mio si ha a che fare più con l'affermazione di sé, del proprio ego, che è questione d'istinto prima ancora che di ragione, piuttosto che di vanità.
Il dramma di chi scrive e ritrova il proprio libro su uno scaffale di una libreria, esposto magari alla Feltrinelli di Bologna, per dirne una, sotto le due torri, mentre lì fa una visita insieme ad un'amica - ipotizziamo - e ritrova il suo titolo, la sua colpa, su uno scaffale, esposta al pubblico, ho paura che rimarrà un esclusivo, durissimo dramma privato che attiene alla categoria della persecuzione e che non è tuttora chiarito. Certamente, quindi, degnissimo di essere raccontato.

Ma, Flaubert. Nei termini ottocenteschi, è stato lui a rappresentare un personaggio femminile dal seguito tanto popolare e dalla portata tanto potente. Potente e scandalosa forse un tempo, si penserà, perché oggi si dice che tali caratteri non siano più presenti. Io dubito di questo, dubito moltissimo avendo esperienza delle famiglie, non soltanto italiane, delle concezioni sulle quali reggono queste famiglie. Affermare oggi che le famiglie reggono, si fondano, proseguono su concezioni astratte, sembrerebbe anacronistico e fuori luogo. Mi aspetto questa critica. Errore. La riprova che si fa un errore la si trova quando si percepisce, per non dire ci si scontra, con le barriere che sono i lacerti di quelle stesse concezioni su cui si fondano tali famiglie.

Anna, si dirà quindi, ormai, che sia la prassi; Teresa certamente un'aspirazione. E Madame Bovary? Un accidente, anche se si tratta di un accidente che raggiunge un che di eccezionalmente lodevole. Lodevole nel fuoco, non negli effetti.
In realtà sarebbero tutte e tre scandalose ancora oggi perché il mondo sarebbe cambiato soltanto nel vestire. E se si tenta di guardare un po' al passato, verso Anna, Teresa, Emma per esempio, ed un po' verso il presente, ci si ritrova con quella sensazione di smarrimento e di nostalgia per un che che si è idealizzato, più che vissuto. E non si riesce comunque a trovare la quadra e ne riesce così un post come questo, che è la quotidianità, che serve più a rappresentare qualcosa che a raccontare qualcosa. Non si riesce a fermare quel qualcosa, ma i poeti ci riescono.
 

martedì 5 gennaio 2016

Ma che fatica si fa


Rileggevo Stirner: si diventa adulti quando si pensa come pensano tutti.

Il consenso dei morti fa udire quella risata lugubre e dileggiante che ti segue finché spirerai: la odi nella resa, la odi nell'abbandono di quel che eri e che non sei più. E' una risata che proviene da quel che esiste e che hai scelto di allontanare.
Sarai morto prima di spirare e riderai di chi ti ha assomigliato, sarai adulto e troverai la ridondanza della tua morte negli occhi di chi hai scelto. Eppure, ancora, prima di addormentarti udirai la voce di una strada che sai essere la tua. La udirai nel petto, non nelle orecchie. E quando ti toglierà il fiato, quando sarai sdraiato prima di addormentarti allora sarà il tempo di abbandonare la catacomba in cui ti sei segregato.

mercoledì 5 novembre 2014

Si va


La barca si è allontanata
dalle tue vele, dai tuoi remi stanchi,
dal tuo motore senza posa spento,
da quel vento caduto
sotto il tuo occhio verde,
il tuo occhio vero che non guardo,
non guardo da lontano.

giovedì 27 marzo 2014

La Giostra della Morte


E l'uomo alzò le inferriate dell'ordine assoluto, e qui escogitò le ragioni per giustificare la propria esistenza. L'archeologo fissava con sospetto lo storico poiché lo storico assegnava una sincronia, una narrazione secondo logica umana, una sequenzialità alle cose che in realtà non possedevano logica né sincronia né sequenzialità, che affondavano le loro origini nel buio del “tempo profondo”; il filosofo guardava dalle distanze compiaciute della propria dialettica, e da quelle della propria amarezza, lo scienziato. L'esclusiva ragione di questi consisteva nel non inventare una spiegazione sull'esistenza umana o sull'esistenza tout-court. Il religioso poi prese a battere il filosofo, che nelle sue invenzioni mancava di nominare Dio come artefice delle cose. Poiché era necessario trascurare la sostanza delle cose attraverso la spiegazione divina. Si rifugiò allora, il teologo prima ancora del religioso, nel dialogo con le cose prive di corde vocali.

La vita fu una giostra mortifera che perde bare ad ogni svolta. I raggi del Sole, il gatteggiare delle stelle lontane, gli incessanti mormorii delle acque, le gocce che fan luccicare i luvertin piegati dal peso di quelle gemme che volatilizzano al calore della primavera e le altre gemme che, dure, brillanti, rendono figure fragili sui rami gelati bianchi dell'inverno, diventarono una sorta di favola proveniente dall'anticamera dell'esistenza.

Erano terzi alla meraviglia gli uffici della giostra, la sospensione dallo stupore millenario era in essi: incastrati nel ginepraio delle circolari, esaurivano la straripanza della vita attraverso il giogo dei bolli, delle carte di Stato.

Ma una placca sopra un'altra placca frenò il gioco, sciolse i legacci, le carte sbiancarono, crollarono le ragioni create per giustificare la propria esistenza. La gara delle parti, nel girare delle glorie, degli onori, dei gradi sociali, si interruppe.
Allora, senza la suggestione di un occhio certificato, la furbizia si spanse tra i vuoti dell'intelligenza e la superstizione germinò tra i vuoti del sapere: fu prassi ripetuta come allora, replica del tempo in cui la giostra delle carte ritmava il tempo dei gradi. Furbizia e superstizione, alibi dove riprese a giustificarsi la propria esistenza nella faticosa menzogna di essere quel che non si è.

Qui la persona furba disprezzò la persona intelligente e la persona superstiziosa disprezzò la persona razionale. Come avvenne tra il filosofo e lo scienziato, tra lo storico e l'archeologo, tra lo psicologo e l'avvocato, il disprezzo fu corrisposto e dissimulato con sorprendente insincerità. Se era dichiarato, si vide che conveniva a certuni il palese disprezzo reciproco.
Nel cosmo dell'esistenza bugiarda, i rinnovati alibi trovarono nuovamente potenza. Allo scoprire un cosmo differente dal proprio, all'intuire una prospettiva significativa quanto e più della propria, all'immaginare alibi differenti da quelli sui quali ci si sostenne e che avrebbero svelate la natura delle ragioni giustificatorie - e l'asprezza, la frivolezza delle azioni umane -, l'individuo avrebbe ottenuto una vertgine. Come il console Buddenbrook, avrebbe riposto il libro della rivelazione sullo scaffale - per riaprirlo mai più.
Il sostegno degli alibi germinò ancora e ancora si diffuse tra gli uomini, spingendo il mondo verso una restaurata giostra della morte. E così nei secoli, nei millenni.

---

 Il poeta. Egli fu il solo ad attendere la morte con l'aria di chi vive e rivive nel raccontare gli uomini. Le folli ragioni per cui essi assegnarono una giustificazione per i dolori, sempre esaltandoli nel ricoprirli di nuovi dolori, e gli alibi ai quali consegnarono la loro esistenza, si svuotarono nel canto dei poeti: la loro parola li chiarì, e così chiari si esaurirono le forze degli alibi quanto si esaurisce una lucciola di fronte ad un accecante Sole. La stessa parola che fa crollare intere nazioni nel guizzo di un verso svuotò di senso le ripetute ragioni e un dolore trovò una parziale soluzione nella sua sola definizione. E muta e stenta, rosa di ruggine si spense la giostra della morte.

mercoledì 25 dicembre 2013

La Campana


Alta, altissima:
là l'aria cerca la bocca;
e lei, tristissima,
canta con voce ciocca: 

“Su, attentissimi...
din don! Ascoltate il 'din'
e voi piccolissimi,
rispondetemi e fate 'don'!” 

E tra i din e i don il cin cin
lei è infelice lassù:
fa la posa del mannequin.
 
Non si sa se sa più 
dell'aria l'odore,
l'odore di quaggiù.

venerdì 13 dicembre 2013

Colpa


La figlia dei miei desideri
mi ha dato silenzi e pudori;
ascolto la mia voce e i miei pensieri:
vi trovo astio, ira e sconfinati rancori.

E resto sulla mia sedia
a fissare i tuoi dolori:
li cerco come quel pittore che di un'aia
cerca le ombre, le forme, i falsi colori.




martedì 26 novembre 2013

Courage!


Da due settimane combatto contro la legna.

Dopo aver tagliato quei sessanta quintali di servaj, come si dice da queste parti, di legna povera che in parte mi sono fatto portare in pezze da due metri e in parte ho raccolto lungo il torrente, guardo fuori dalla finestra e vedo venti quintali ancora da spaccare, la catasta di legna ancora da finire e... la neve, che cade sul telo che ho steso sia sulla catasta non finita sia sui venti quintali che restano in attesa di essere spaccati.

Ora, a forza di tagliare legna taglio anche le patate con la motosega, non riesco più a sentire cosa mi dicono le persone e tremo, tremo senza sosta, la qual cosa rende pazzi/divertiti i gatti che zampettano mentre zampetto con loro, anche nel sonno, mio malgrado.


E poi, c'è la biblioteca.

Suscito "favole" da qualche tempo a questa parte nella sala di consultazione, dove già si dice che io legga roba da far chiudere lo stomaco: “Guardate quello come trema, guardate quello come sfoglia i libri, guardate come li spacca, guardate come li accatasta e come se ne va di qua e di là zampettando.”
E i topi di biblioteca scappano e la biblioteca rimane vuota.

Dovrei scappare anch'io. Non sono forse un topo di biblioteca?
O forse sarò un topo un po' "dappertutto", ma già lo faccio: scappo. Se un errore mi porta a vedere me stesso, mi volto e scappo.

Ora sono così istruito sul mio aspetto di spalle che fugge, che il mio viso l'ho scordato. Di me resta il ricordo di un uomo tuttoschiena o solonuca e mi stupisco ogni volta che sento descrivere il mio viso, tanto che ne vorrei uno anch'io così: così brutto, così strano, così...

Forse è questo quel che succede quando si guarda non soltanto a se stessi, che non ci si vedrà mai nell'interezza, ma allo stesso mondo degli altri.
Lo si fa scorgendone ogni tanto le spalle, ogni tanto la schiena, ogni tanto i polpacci, che sarebbero anche un bel guardare, e si prova a ricostruire quel mondo attraverso i pochi pezzi che fuggono come un'intuizione. Un po' per caso un po' per calcolo, diamo così al mondo un volto che non vediamo e non vedremo del tutto. Quei pezzi sono sempre troppo in basso o troppo indietro, come una nuca, rispetto al naso di quel mondo che se ne va chissà dove e che noi, proprio noi, manchiamo.
Mi chiedo: chi lo sa se perdoneremmo i nostri polpacci, i nostri talloni quando li scoprissimo attraverso gli occhi di quei mondi che indaghiamo.


Ps L'ultima fotografia rappresenta abbastanza bene il mio modo di vivere, la mia povertà: il boiler a legna, per l'acqua calda. Ma non è veramente povertà, la mia, perché ho tutto quel che mi serve. La povertà si misura dalla disponibilità dei beni, se sono in linea con le nostre aspirazioni: sarà forse un'altra cosa questa, che c'entra con il mio risultare voltato di spalle rispetto ad un mondo che trovo feroce, troppo feroce per me. Feroce negli affetti, feroce nelle sue creazioni. Feroce anche quando si mostra timido. Feroce nel suo cavalcare tanti stereotipi che anch'io verrei relegato in uno di questi; e chissà quale sorpresa quando si conosce la persona, quando si affronta questa fatica e si scopre che si è mancato in qualcosa in quella volontà di inquadrare quel che, con feroce leggerezza, si è esaurito attraverso la nostra terza, eccitata bolla analittica. Pazienza.
Forse, quel che si può fare se si vuol perseguire una vita, è darsi alla formazione di un mondo che chiede la nostra abnegazione e la nostra onestà per esistere. Ed è anche così che si dà un esempio per quei mondi che si vorrebbero stabilire e che si chiama, anche questa, appartenenza. Courage.

giovedì 19 settembre 2013

Catechismo


Affermare che la donna esiste perché l'uomo ha le costole.

domenica 1 settembre 2013


Giù dal mondo che si incrocia altrove,
giù dagli affetti che non hai,
giù dal mondo che non ha un dove,
giù dalla bellezza che sarai.
 

lunedì 13 maggio 2013

Coprilettino


Questo è uno dei miei lavori fatti a maglia (con i ferri):




Si tratta di un capo di corredo per neonati: un coprilettino che mi auguro verrà passato di generazione in generazione dalla famiglia - di fatto - cui ho deciso di regalarlo.

Le misure sono particolari: settanta per cento perché i bordi laterali restino visibili nel lettino, che ha le sponde.


Lavorazione

Nel corpo centrale ho sviluppato una felce. Ai lati si vedono, non distintamente, tra la felce e le gocce che compongono gran parte del copriletto (tre quarti), delle ondine; queste proseguono a destra e a sinistra della felce sino alla prima porzione inferiore della testata, dove la felce termina per lasciar spazio ad un gioco di gettate, accavallate, trecce traforate e ad una serie di ondine, stavolta più grandi, che si accompagnano specularmente, al centro, per due terzi della testata.

Il margine è a catenella mentre il bordo è a treccia traforata.

Il tempo di lavorazione si può stimare tra i quattro e i sette giorni, se eseguito al mattino e al pomeriggio, per almeno cinque ore al giorno, ma io ho impiegato un mese e mezzo per realizzarlo. Poiché ho lavorato a questo capo nei ritagli di tempo.


Postilla

Le otto ore statutarie di una fabbrica o di un ufficio, ogni giorno, sarebbero insostenibili per questo tipo di attività che è logorante, estremamente logorante, seppur sia gratificante e umanizzante. Ma forse non si sa che fare la maglia ad alti livelli richiede un fisico in salute: la tensione prodotta dalla lavorazione, che impone una postura fissa, limitata nei movimenti per diverse ore al giorno, potrebbe essere problematica per chi è costretto a muovere il proprio corpo.
Quindi maglia sì, ma con misura.

lunedì 8 aprile 2013

La Piena del Gesso

  
La piena aveva lasciato i tronchi ai bordi del torrente; come se non ci fosse mai stata una piena, la terra ora era tutta crepata dall'aridità che persisteva sulle campagne di T... da tre mesi. Le distese dei campi, i sassi, le strade, gli alberi, le rive del torrente erano gialle e secche; e fu proprio la siccità ad aver causata la piena di cui rimanevano tracce di disastri sulle rive, nei campi, dove piovve per tre ore dopo tre mesi di siccità: la terra non assorbì l'acqua che si riversò nel torrente che si ingrossò e si sfogò in una piena, che si trasformò in alluvione. Poiché l'acqua trovò molti rami e molti tronchi di alberi morti sparsi lungo le rive, li prese con sé e li portò contro i tronchi e contro i rami già accumulati da altre piene sotto i ponti. Si formarono delle barriere che l'acqua non riuscì a rompere. Non abbatté né le barriere né i ponti, si ingrossò per tracimare dal suo letto ed invadere i campi. Raggiunse i canali di scolo, li intasò; si intasarono i canali sotterranei. L'acqua proveniva da tutte le parti, sprizzava dai tombini, si rovesciava sulle strade, arrivarono detriti, fanghiglia, i resti delle costruzioni che l'acqua incontrò nel suo percorso: le staccionate, i pali, il terriccio e la ghiaia, che vennero trascinate dalle correnti per spaccare le porte delle case, raggiungere le cantine, la fanghiglia si alzò sino ai balconi staccati dalla pesantezza delle acque.

Nera che porta via, che porta via la via...



video

Calma. I resti di un mulino restavano ora tra i tronchi sparsi sulle rive, i massi del letto erano alla luce del sole e le strade sterrate si mostravano erose, si scoprirono i tubi che correvano sotto di esse, rimasero alla luce, e il fiume si presentò sotto un altro aspetto. Gli anfratti pieni di acque torbide, stagnanti un tempo, si mostravano ora trasformati in aperture percorse dall'acqua che segue alle piene: chiara, ripulita da tutte le alghe e gli organismi che riempiono il letto durante il periodo di calma. Le lame, aperture del fiume che si formano in seguito alle piene e alle frane, ora erano state spostate od erano scomparse. I grossi massi mossi dalla furia delle acque avevano riempito le depressioni del letto, le lame sparirono e, così, il fiume si modificò dopo gli sconvolgimenti, i tremori, le catastrofi. Ogni cosa traspariva ora di una luce carica di quel nitore che attesta cosa si mostra dopo ogni cataclisma, dopo ogni rivoluzione.



Nota Le riprese risalgono a lunedì 3 settembre 2012, quando il torrente Gesso si è sfogato in una delle sue piene stagionali.
Da notare come il livello della piena, al momento delle riprese, fosse minore di circa un metro rispetto al livello raggiunto qualche ora prima. Queste riprese le ho girate dal giardino di casa mia. Da notare inoltre come spesso io ceda ai toni didattici facendomi mal volere. Come dovrei invece scrivere in modo più amichevole senza sentire la suggestione della scrittura quanto la può sentire uno scolaretto.
La citazione è di Fabrizio De André, dalla canzone "Dolcenera", dove si richiama l'alluvione di Genova del '72 e si richiama pure una relazione tra due persone che è simile ad una alluvione.
 

mercoledì 13 marzo 2013

Nabokov e Dostoevskij (Spunti e Riflessioni da Correggere e Sviluppare) - Poche Precise, Troppe Imprecise


 Nabokov, nel suo studio sulla letteratura russa, nel capitolo dedicato a Dostoevskij, trovò che lo scrittore non fosse un grande scrittore nel senso di Tolstoj, Puškin e Cechov. Lo scrisse nel capitolo dedicato a I Demoni. Poiché egli, Dostoevskij, fu troppo frettoloso nel creare i suoi mondi senza il minimo senso di quell’armonia e di quell’economia che il più irrazionale dei capolavori è tenuto a rispettare (per essere un capolavoro) (cit.).

Ma c'è una questione.
Lo scrittore russo non poteva assolutamente, per ciò che rappresentava, creare capolavori di letteratura così come li intendeva Nabokov. Non poteva perché la rappresentazione artistica dell'opera di Dostoevskij consistette nell'esprimere la realtà in tutti i suoi gradi. La realtà non ha una forma: è articolata e chiara e oscura, geniale, monotona e stupida. Tutto ad un tempo e tutto ciò è compreso dalla realtà che, e questo è il punto dell'esistenzialismo stabilito da Dostoevskij, di per sé è interpretata individuo per individuo: oltre che dai precetti anche dai propri stati d'animo. Per questo motivo i personaggi di Dostoevskij non sono plastici, così come furono i personaggi di Tolstoj, descritti attraverso quel che indossarono, quel che fecero, cosa incontrarono, ma non principalmente attraverso quel che provarono. Quel che provarono si rivela da quel che fecero o da come altri personaggi si posero di fronte a questi. I personaggi di Dostoevskij invece furono descritti essenzialmente attraverso quel che provarono. Perciò si presentano come una cosa informe, che si allarga e che si restringe all'interno di ambienti che rispondono a questo dilatarsi e contrarsi dei personaggi. L'ambiente, le sue forme, la temporalità all'interno dell'opera di Dostoevskij, sono elementi soggetti alle sensazioni dei personaggi. Non il contrario come avviene, invece, per quei personaggi descritti da Tolstoj, che agiscono e si riflettono all'interno di un ambiente temporalmente cadenzato da un organismo superiore ad essi.
Questo è il punto che, in contraddizione con Nabokov, mi trova a considerare l'opera di Dostoevskij insuperata nel suo realismo, che lo stesso Dostoevskij definì “fantastico” (ne Diario di uno Scrittore) per l'importanza che tutta la parte che riguarda la realtà di ognuno, ma che viene spesso inconsiderata (i sogni stupidi, quelli incontrollabili e anche quelli lucidi, le frivole e passeggere intuizioni ecc.), prende nel considerare la realtà, cioè se stessi, in tutti i gradi di intendimento della realtà. Tralasciare anche solo uno di questi gradi avrebbe significato, per Dostoevskij, venir meno al realismo... fantastico, che forse è il supremo modo per rappresentare la realtà.
Anche per questa ragione l'opera di Dostoevskij non si lascia rileggere con facilità. Si sente, anzi, nell'aprire lo stesso libro di Dostoevskij, una seconda volta, per rileggerlo, un fastidio verso quel modo di scrivere che sembra davvero brutto, insopportabile. Sembrerebbe che l'opera di Dostoevskij sia fatta per una sola lettura, non di più. Come si spiega?

Su questo mi sono interrogato spesso, per molto tempo, e mi si è presentata un'idea che spero venga messa in discussione visto che, per ora, ancora non l'ho trovata espressa in alcuno studio sull'opera di Dostoevskij (mi riferisco a quei testi che ho incontrato fino ad ora, testi di studio sull'opera di Dostoevskij, una quarantina. Tra le centinaia di testi esistenti forse qualcuno avrà già discusso questa questione.).
L'idea è questa. Stabilito che l'opera di Dostoevskij consiste nella rappresentazione della piena realtà e che, quindi, la forma della sua opera non può che essere inintelligibile, o almeno inintelligibile nei processi formali di una rappresentazione artistica letteraria, può essere che l'incontro con l'opera di Dostoevskij si produca in quei recessi formativi del lettore che non possono essere stimolati se non nell'unicum di un incontro esperienziale. O, per dirla più semplicemente, potrebbe darsi che l'opera di Dostoevskij costituisca un'esperienza differente dalla consueta esperienza letteraria?
In questo senso, si potrebbe dire che l'opera di Dostoevskij sia qualcosa di diverso dalla letteratura romanzesca. Qualcosa che banalmente si pone tra la letteratura e la filosofia e la psicologia senza essere nessuna di queste discipline. Si potrebbe dire che l'opera di Dostoevskij sia a sé, questo è stato detto ed è anche stato detto che non si è trattato di un filosofo né di uno psicologo, ma quel che non ho trovato detto è che l'opera di Dostoevskij abbia a che vedere con una formazione che si discosta di poco da quel che si forma attraverso l'esperienza reale di un accadimento o di un accidente reale. Quasi che l'opera di Dostoevskij, proprio per il suo pieno realismo, si ponesse nei recessi formativi del lettore in una zona più vicina alla memoria di un incontro reale che in quella zona relegata alla letteratura.
Così mi spiego la difficoltà, l'insopportabilità del rileggere l'opera di Dostoevskij: si tratterebbe di violare un carattere ormai acquisito che rientra nella sfera della realtà fisica.
Di conseguenza si pone una domanda, che, per estensione, dalla letteratura di Dostoevskij, si rivolge al campo della realtà: le proprie esperienze sarebbero sopportabili nel caso si avesse l'opportunità di riviverle realmente?

Soltanto in questo modo, almeno per ora, mi spiego la ritorsione dei sensi nell'affrontare una seconda volta l'opera di Dostoevskij così come, invece, viene naturale riprendere l'opera di Tolstoj, per esempio, per rileggerla completamente, prestandosi ad un gioco che è assai meno sconvolgente rispetto all'impresa di rileggere l'opera di Dostoevskij. Con l'opera di Tolstoj si interverrebbe su una parte che si dà alla rivisitazione e, quindi, alla revisione, ma con l'opera di Dostoevskij si dovrebbe intervenire su una parte più articolata, nell'intimo, forse più pregnante, meno disposta a lasciarsi scardinare per essere riordinata a propria discrezione. Poiché si trova in una regione che non ha a che vedere con gli artifici letterari. O, perlomeno, dato che in fondo realtà è pure artificio, correggendomi direi che ha a che vedere con le cose profondamente personali e, perciò, si commetterebbe un delitto nella sua rivisitazione.*



*Non che non si possano o non si debbano rivisitare le proprie esperienze personali. Piuttosto, ad ogni rivisitazione c'è qualcosa che muore oltre a qualcosa che nasce o rinasce rinvigorendosi. In questo consiste la mia visione, in questo contesto, di delitto.