Anis... Paris (frammento)

 
 E la luce rischiara i vostri corpi, arriva l'alba, la casa-ruote vi ha portati là... Lei si rannicchia sul lenzuolo color indaco acquistato in una piccola bottega di Avignon: senza pudore, libera di ogni indumento, la pelle liscia. Da ogni lato della sua silhouette trapela l'aria santa della sua radice etnica.

E tu, anche tu spoglio di ciò che attesta formalmente, visibilmente, i codici civili, cioè i vestiti, tu sembravi stranamente più civile nella tua nudità che nella vestizione. Sapevi che Anis occhieggiava verso di te, sapevi che lei dischiuse gli occhi verdi tagliuzzati di scagliette nocciola e che osservava il tuo corpo agile, mentre pensavi alle tue estraneità dai gioghi logistici – 'disse così? Disse: “gioghi svuotanti di senso per darsi un senso quando senso non si ha.”' Criptica Anis, sì. Si riferiva alla storia di quella donna che rinunciò all'amore verso di te per abbracciare gli agi materiali, ricordi? 'Chissà se si sarà sposata con quell'uomo che le faceva vivere la vita agiata.' E pensasti ancora: 'Quella donna non sembrava felice. Dava l'idea di essere trattenuta in sé stessa, forse sottomessa ad un'idea... Raccontò bugie rivolte verso di sé, si esaurì così... Storie dolorose che accadono tuttora: in questo secolo ed in questi luoghi...' E ancora pensasti: 'In effetti l'aspetto di quella donna era pallido, sembrava malata. Povera...'

E ti volgesti verso Anis, che ora aveva aperto del tutto gli occhi. La ami?

Pensasti alla Lettrice, di Henner, esposta nel Musée D'Orsay (l'hai vista ieri, ricordi?). L'aria suadente di quella figura pittorica, che evoca un'intima contemplazione statica... Nulla di che, certo, tuttavia... “Sì.” Anis non ti ha udito, il tuo sussurro è un bisbiglio. “Sì, la amo, la attendo.”


Anis, con la gioia frizzante di una donna che si è liberata da un orpello, vola ora tra i corridoi del Louvre. Più tardi, con lei, discenderai Rue du Pas de la Mule, quel vicoletto che, preso da Boulevard Beaumarchais, conduce al giardino di fronte alla casa-museo di Victor Hugo; là leggerai forse Gide, là Anis si estasierà per la propria libertà e tu... Sì, tu attendi come Avignon attese la fine di ciò che la ridusse ad un quarto dei suoi abitanti, proprio là dove tu sospirasti nella chiesa di santa Chiara, dove Petrarca incontrò la sua Laura. “Il viaggio,” dici, “si fa anche nell'attesa...”

“Batiuska, je connais!”


E ora imbrunisce. Parigi accende le luci. D. e Anis dormiranno, forse sogneranno. L'aria estiva si piega sino alla casa-ruote dove queste due creature esprimono un che di inavvertito, forse incompreso, mentre il mondo rivolge i suoi occhi altrove.

In ciò nulla è sbagliato, nulla è cattivo, nulla è finito. D. attende, Anis sogna. Una parola viene pronunciata nel sonno: “Lucciole...” Si spegne la luce e Anis sogna il parquet a spina norvegese... il Louvre... Sogna e trema di fronte ai Renoir, La Tour, Rembrandt, Delacroix (quanto ha tremato di fronte alla Barca di Dante!) e sogna mentre saltella nell'ingresso bianco, sogna ruscelli e cinciarelle, sogna piccoli Dei che ululano ed enormi Dee che sorridono (sorriso ieratico? forse) e sorridono quiete, calme, pacifiche le Dee... Sogna le lotte, non sopporta gli uomini, sogna e vede un cielo che le sfugge, sogna gli occhi: “Io non ho gli occhi azzurri! Io non ho occhi! Sì, sono marroni, sì! Non ho occhi!” e si vede scrivere e non ricorda... Sì, la luce si spegne, la luce si accende. Sogna.

 

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