venerdì 7 ottobre 2016

Agnelli


 Caro Flavio,

ho incontrato Paolo, a Bologna, di fronte all’Oratorio di Santa Cecilia, in via Zamboni. Indossava un maglione beige e dei pantaloni marroni, a righe, con la catenella dell’orologio a cipolla che scendeva da un passante dei pantaloni, girava intorno alla gamba e finiva in una tasca.
Il suo aspetto era discreto tra le espressioni del suo viso che lo rendono familiare e discosto.
Ero in compagnia della mia amica, Paolo si è tradotto in confidenza con lei, dal primo attimo, aprendosi e raccontandole il messaggio che mi ha spedito solo ieri, con la prevenzione di un’apertura del tutto confondibile con lo scherzo: “Si può morire a vent’anni?” Guardava la mia amica con una comprensione degli occhi che lei arrossiva. “Si può morire a vent’anni?” ha continuato mentre lei arrossiva, “E tu, tu...” ed ha indicato a sé stesso dicendo, di sé, se lei avrebbe potuto accoglierlo. O salvarlo.
Lei ha sorriso, d’un sorriso così timido che mi sembrava abbellisse il suo viso.
Gli occhi di Paolo si erano accesi per la chiave trovata nel farla sorridere. “Sai,” ha detto, “piango a volte per una notizia, un uccellino. Lo guardo fuori dalla finestra e piango. Non piango per l’uccellino, no, esso è il pretesto per godere dell'immagine di me che piange... E mi sforzo di piangere per quanto non ne goda, e non amo. Poiché quando si ama anche piangere è il pezzo di un immenso disegno, ma il mio piangere è solo un pezzo isolato che... Io piango da solo, nel nulla...” Proseguiva nelle sue parole mentre attraversavamo la strada. “Le mie sono lacrime che si perdono nel nulla, sono costretto a piangere in una stanza, per un uccellino, per piangere...”
Poi abbiamo raggiunto via Marsala, ha detto: “Nell’amore le lacrime sono come le gocce su uno specchio e si riflettono nella nostra vita, lo specchio è lo sfondo della nostra esistenza. Ma io non amo, cara amica, non amo nulla, non ho sfondo, non ho mari e le mie lacrime sono morte.”
La mia amica si è sorpresa, Paolo conosceva le parole del Goethe.
“Oh oh,”, ha esclamato lei e ha sorriso d’un sorriso dolce, sempre timido, rivolto verso Paolo; si è legata la sciarpa intorno al collo, il vento era freddo; prima che entrassimo in copisteria, ha guardato il telefonino: “oh, devo andare!”, ha detto. Ma titubava. Quando ci ha salutati sembrava arrossire, gli occhi le si sono stretti, sembrava dire: “Ciao, ciao!”, ma non ha detto nulla, forse l'ha bisbigliato. È volata verso via Indipendenza, è scomparsa quando nella nostra via sono entrate due auto.
“Visto?” Si è voltato Paolo.
“Cosa?”
“Il vento porta via i fiori, li invola. Ma non il vento: le mie parole li fanno involare lontano da me.”
Gli ho spiegato che lei vive in una camera doppia e sta cercando una persona poiché la sua coinquilina ha lasciato la stanza: “Lei è rimasta sola e non riesce a pagare l’affitto… Per questo è andata via di fretta, aveva un appuntamento con una ragazza che forse le affitterà la stanza.”
“Come si chiama?”
“Margherita.”
“Margherita, il nome della tua amica... Era una regina, ma lei è così piccola... Oggi sarai tu la mia regina: io farò il cavallo, potrai dirmi dove portarti, strigliarmi quanto vorrai, darmi gli zuccherini, farmi capire che se non salto, se non ti porgo la schiena, se non corro mi devi uccidere. Diamine, non si uccidono così i cavalli...” e ha riso vedendomi ridere nell'immaginarlo un cavallo.
“Ma io non amo più,” ha detto mentre lasciavamo la copisteria, “non amo più.”
Siamo andati a casa mia. 

II. Ho recuperato due maglie che volevo gettare, Paolo era contrario: sperava in un cassonetto della Caritas. Non sapevamo dove trovarne.
Abbiamo domandato all’edicolante, che ci ha spediti in piazza Aldrovandi: “Là... Forse là c’è qualcosa... là... là…”
Là però non c’era nulla, solamente una strada che non conoscevo. Abbiamo domandato ad uno spazzastrade e lui e una signora hanno parlottato tra loro, la signora era seduta su una panchina e si è incuriosita all’udire la nostra domanda. Con lo spazzastrade si è provata di aiutarci: “di qua, di là, forse dentro le mura, chissà…” E lo spazzastrade: “Trovo certi sacchi, a volte, pieni di roba - indignato di cuore - e noi li dobbiamo buttare con tutto il resto.” Abbiamo scosso la testa tutti quanti. “Forse in chiesa, sì, in chiesa, ad un parroco: loro sanno a chi darla.”
Eravamo felici, abbiamo ringraziato e ci siamo voltati verso la Chiesa dei Servi.

 Camminando al centro della strada, mi sembrava che recapitare una maglietta ristretta, un’altra maglietta e un paio di calzini, che certamente ho tolto dalla mia scatola delle scarpe, alla Chiesa, fosse qualcosa per cui vergognarmi. C’era anche un fazzoletto: l'ho tolto nel riaprire la scatola, dopo averlo scoperto perché, lo sai, non me lo aspettavo, ed ho immaginato Paolo con indosso una delle mie magliette, sì. Nel confidargli la mia fantasia avrebbe sorriso e... che danno avrei fatto! Non ho pensato né creduto che mi sarei, non saprei, che con la mia confidenza avrei perduta la sua fiducia: “Questa maglietta potrebbe starti bene!” ho detto.
Oh, Flavio... Come sono avventata! Mi ero già scordata delle parole di Paolo, dei suoi messaggi. Cosa mi è saltato in mente?
“Le persone si svelano nelle loro fantasie,” scriveva, “porta le persone a raccontarsi attraverso queste,” mi diceva, “capirai molto più sul loro conto che chiedere loro: ‘quale dolore ti ha toccato, quale rimpianto...’”
Ed io gli ho confidato la mia fantasia, mi sono raccontata, mi sono aperta senza tenere più alcun segreto per me che rende gli uomini fedeli. Perché gli uomini ti sono fedeli fin tanto che cercano il tuo segreto.
“Non trattenere la tua ricchezza: liberala e creerai dei buoni segreti.”
A questo punto sono caduta. 

III. Abbiamo attraversato la strada e siamo entrati nella Chiesa dei Servi.
 Nel buio c’era solo un ometto, piccolissimo, al centro della navata, tra il portale e il presbiterio, che si piegava e spostava i banchi per allargare il passaggio tra le fila. Da questa e dall’altra parte della navata, spingeva i banchi delle fila verso i pilastri, poi si fermava, controllava che fossero allineati, e si rivolgeva verso il banco successivo. Quando siamo entrati, il corridoio centrale era largo fino a metà, poi si stringeva dove i banchi non erano ancora stati spostati.
“E se vivessi qui?” ha detto Paolo sussurrando (la Chiesa era enorme) e mantenendo la testa bassa. E ha sussurrato ancora: “Una seggiola, io seduto e chi entra…”, e ha provato la posizione della sedia, l'ha mimata, lui seduto e con i gesti ha inventato la gente che entrava in quell’enormità, con lui al centro simile ad un vecchio. Tutto intorno era l’altezza delle colonne, la diffusione della luce, la grandiosità imponente dell’arte religiosa.
“Mi verresti a trovare?” ha domandato.
“Non lo so…” ho risposto.
“Ah, così non mi verresti a trovare!” ha concluso mostrandosi indispettito.
Abbiamo domandato all’ometto, gentilissimo, fermando la nostra scatola delle scarpe sottobraccio. “Oh... no, no, qua il parroco non c’è. Provate a destra, dall’altra parte della strada, sotto i portici: là c’è la chiesa della Caritas… Provate là... sì... là…” E siamo corsi fuori dalla chiesa, oltre la strada, abbiamo preso i portici, siamo saliti per Strada Maggiore, verso Porta Mazzini (Paolo non conosceva l’altra Chiesa), ed ho detto: “Dovrebbe essere quella, guarda!”
“Se vedi una spada è una chiesa.”
Una delle quattro statue sul cappello del sagrato possedeva una spada.
“Perché ha la spada?” ho domandato.
“‘Non sono venuto a portare la pace, ma la spada…’” mi ha risposto. “Poi le chiese hanno sempre una spada da qualche parte...”, ha detto sorridendo nel mentre che attraversavamo la strada guardando la Chiesa, che ombreggiava su due Carabinieri e un ragazzo in maglietta bianca che si trovavano al di qua della carreggiata.

 La Chiesa era piccola, chiusa, senza maniglie. Solo i portoni grandi. Li abbiamo spinti con le mani e abbiamo desistito perché erano sigillati, trovando dei campanelli della Compagnia dei Poveri Vergognosi mentre una signora magrissima, coi capelli a caschetto, grigi e neri, tutta contenuta e forse timorosa, gironzolava sul sagrato.
Paolo l'ha avvicinata e ha parlottato con lei.
“Cosa c'è?” gli ho domandato appena la signora è andata via.
“Lorenza...” Paolo mi ha mostrata una faccia triste, “è mancato il parroco.” Il suo viso era sconsolato, sconfitto, abbiamo riso come bambini mentre al campanello del diurno non rispondevano e la piccola signora prendeva già una traversa lontana, rinfrancata dalle due parole scambiate con Paolo, abbattuta nel suo vecchio portamento piccolo.
Imbocchiamo anche noi allora la via della signora quando non la vedevamo più, abbiamo ricalcato l'ombra dei suoi passi incrociando un parroco.
Io non l’avevo visto, ma Paolo sì. Gli ha domandato dove potessimo recapitare la nostra scatola, il parroco, con una voce lieve e dimessa già udita in altri parroci, ci ha indicati alla Chiesa di San Bartolomeo: “Andate, andate, vi sarà aperto,” e ci ha salutati rivolgendosi all’uomo ben vestito, suo compagno di strada, un giovane che sembrava provenire da un’impresa bancaria.

 Al San Bartolomeo non era aperto. Era aperto, sì, ma il parroco non c’era se non una signora che puliva, che abbiamo atteso terminasse la sua conversazione al telefono e ci venisse incontro dalla nicchia della sagrestia.
“Oh ben, figlioli, sussopra hanno da adoperarsi per i bagni… Un tal casotto… Ben, ben, non posso prender nulla, son oberata e sussopra ho da metter mano ancora, figlioli cari. Da metter mano… oh, che mi perdoniate, figlioli, che mi perdoniate…” E noi la salutavamo. “Ma, sì, ma sì!" Ci seguiva. "Ma sì, ma sì, che mi si perdoni! In via Oberdan, là… Proprio la Caritas, sì, la Caritas: là, al San Nicola, sul fianco... Sì sì, così, per la parte così... Là le pie vi ascolteranno, là c’è la Caritas: là, figlioli, là, la parte così, così… Che mi si perdoni... grazie... grazie... là...”
Siamo corsi verso Via Oberdan con Paolo l’impressione forte che il San Bartolomeo fosse una Chiesa pornografica, così ha detto: “Le tinte violente, la luce ingombrante, arrogante. L’altra, la Chiesa dei Servi, era più pudica nella sua imponenza. Era lenta, avvolgente come un millenni che pervade la tua vita...” Ma prima che finisse, ancora mentre camminavamo per Strada Maggiore, siamo giunti dove una famiglia stava oltrepassando un cancello sotto i portici, che apriva ad un cortile di una grande casa. Ci siamo fermati per lasciar loro libero il passaggio.
“Come siete buoni!” ha ringraziato il padre magro, alto, forse tedesco, che filava in coda alla moglie e alla figlioletta.
'Siamo buoni davvero.' Ho pensato.

IV. I più buoni della città, Flavio, i più buoni! Sì, mi sentivo buona veramente. Però, quanto era difficile realizzare la nostra bontà giungendo a consegnare la scatola, finalmente. Sembrava che per qualche caso la scatola ci costringesse ad un viaggio all'interno della città, ho pensato che sia più facile realizzare il male che il bene.
“Ma forse la virtù della bontà consiste nel viaggiare...” ha detto Paolo dopo avergli detto la mia riflessione, considerando per sé quel che conservavo per me.
Abbiamo camminato fino alla Chiesa di San Nicola. Mi sono spaventata al clacson di una motocicletta quando, bloccata dal traffico, sono rimasta sotto le due Torri, di fronte alla Feltrinelli, per gettarmi al di qua della strada facendo lo slalom tra il traffico.
“Ha suonato a me?” Ho domandato.
“No.” Ha risposto Paolo ridendo. Una signora magra, alta, tremava alle mie spalle, tossiva sdraiata di fronte alla vetrina della Feltrinelli, attorno a lei un capannello di persone la guardava, parlava, la guardava e l'esortava.
Giriamo per Via Oberdan, distinguendo la Chiesa di San Nicola; prendiamo la via e, infilandoci per la “parte così, proprio così'”, siamo rimasti senza di che trovare. Un braccio di via tanto più stretto di una strada, un vicolo giallo e gretto di porfido, e null'altro. Un campanello era appeso all’edificio, su un rientro a sesto acuto, con la telecamera sopra la grata del citofono e le maschere segnate dell’indirizzo delle Suore di Carità.
“Adocchiandomi sovverrà loro,” ha accennato Paolo tirandosi la barba e i capelli nel premere il campanello, “sovverrà loro: ‘Oh, Gesù!’” E si è indicato il viso, così simile al Gesù delle false raffigurazioni, ed ha mosso il viso nel gaudio contrito della rivelazione prima che udissimo: “Là, là," ci parlavano dalla grata del citofono, "là, là: dall’altra parte, oh misericordia, dall’altra parte, misericordia santissima, sotto la torre, sotto la torre, misericordia beata, sotto la torre… misericordia...” Siamo corsi dall’altra parte. “Là,” ha detto un signore, “dentro il cortile.” Siamo corsi oltre il cancello, nel cortile.
“Qui.”
“Io non prendo nulla, per carità!” Ci ha bloccati il canonico bassino giunto sulla soglia della guardiola: “Si ha tanta di quella roba, i magazzini…”
“Ma sarebbe un peccato...” Abbiamo replicato.
Ho scoperchiato la scatola stendendo le magliette: “Un peccato…”
“Ma sì, su, su, va bene, va bene. Terrò da parte.”
“Grazie, grazie!” E abbiamo salutato. Io poco perché l’omino non esaudiva il nostro desiderio.
Paolo, sulla strada, mi ha detto: “Lorenza, un convento... Basta poco, basta dire: ‘è peccato, è peccato...' Hai visto.”
Voltandosi mi ha detto ancora: “Poi, se a dirti ‘è peccato’ (ha indicato il proprio viso di barba e capelli lunghi)... che poi si accompagna con una Maddalena...”.
Ho riso, Flavio, l'ho abbracciato, si è allontanato, la giornata si è chiusa così, come un fiocco di polline che si perde in un tramonto che non si ferma mai. E penso ancora alle parole... Alle parole, al viso... Morire a vent'anni, io non amo...
 

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