mercoledì 13 marzo 2013

Nabokov e Dostoevskij (Spunti e Riflessioni da Correggere e Sviluppare) - Poche Precise, Troppe Imprecise


 Nabokov, nel suo studio sulla letteratura russa, nel capitolo dedicato a Dostoevskij, trovò che lo scrittore non fosse un grande scrittore nel senso di Tolstoj, Puškin e Cechov. Lo scrisse nel capitolo dedicato a I Demoni. Poiché egli, Dostoevskij, fu troppo frettoloso nel creare i suoi mondi senza il minimo senso di quell’armonia e di quell’economia che il più irrazionale dei capolavori è tenuto a rispettare (per essere un capolavoro) (cit.).

Ma c'è una questione.
Lo scrittore russo non poteva assolutamente, per ciò che rappresentava, creare capolavori di letteratura così come li intendeva Nabokov. Non poteva perché la rappresentazione artistica dell'opera di Dostoevskij consistette nell'esprimere la realtà in tutti i suoi gradi. La realtà non ha una forma: è articolata e chiara e oscura, geniale, monotona e stupida. Tutto ad un tempo e tutto ciò è compreso dalla realtà che, e questo è il punto dell'esistenzialismo stabilito da Dostoevskij, di per sé è interpretata individuo per individuo: oltre che dai precetti anche dai propri stati d'animo. Per questo motivo i personaggi di Dostoevskij non sono plastici, così come furono i personaggi di Tolstoj, descritti attraverso quel che indossarono, quel che fecero, cosa incontrarono, ma non principalmente attraverso quel che provarono. Quel che provarono si rivela da quel che fecero o da come altri personaggi si posero di fronte a questi. I personaggi di Dostoevskij invece furono descritti essenzialmente attraverso quel che provarono. Perciò si presentano come una cosa informe, che si allarga e che si restringe all'interno di ambienti che rispondono a questo dilatarsi e contrarsi dei personaggi. L'ambiente, le sue forme, la temporalità all'interno dell'opera di Dostoevskij, sono elementi soggetti alle sensazioni dei personaggi. Non il contrario come avviene, invece, per quei personaggi descritti da Tolstoj, che agiscono e si riflettono all'interno di un ambiente temporalmente cadenzato da un organismo superiore ad essi.
Questo è il punto che, in contraddizione con Nabokov, mi trova a considerare l'opera di Dostoevskij insuperata nel suo realismo, che lo stesso Dostoevskij definì “fantastico” (ne Diario di uno Scrittore) per l'importanza che tutta la parte che riguarda la realtà di ognuno, ma che viene spesso inconsiderata (i sogni stupidi, quelli incontrollabili e anche quelli lucidi, le frivole e passeggere intuizioni ecc.), prende nel considerare la realtà, cioè se stessi, in tutti i gradi di intendimento della realtà. Tralasciare anche solo uno di questi gradi avrebbe significato, per Dostoevskij, venir meno al realismo... fantastico, che forse è il supremo modo per rappresentare la realtà.
Anche per questa ragione l'opera di Dostoevskij non si lascia rileggere con facilità. Si sente, anzi, nell'aprire lo stesso libro di Dostoevskij, una seconda volta, per rileggerlo, un fastidio verso quel modo di scrivere che sembra davvero brutto, insopportabile. Sembrerebbe che l'opera di Dostoevskij sia fatta per una sola lettura, non di più. Come si spiega?

Su questo mi sono interrogato spesso, per molto tempo, e mi si è presentata un'idea che spero venga messa in discussione visto che, per ora, ancora non l'ho trovata espressa in alcuno studio sull'opera di Dostoevskij (mi riferisco a quei testi che ho incontrato fino ad ora, testi di studio sull'opera di Dostoevskij, una quarantina. Tra le centinaia di testi esistenti forse qualcuno avrà già discusso questa questione.).
L'idea è questa. Stabilito che l'opera di Dostoevskij consiste nella rappresentazione della piena realtà e che, quindi, la forma della sua opera non può che essere inintelligibile, o almeno inintelligibile nei processi formali di una rappresentazione artistica letteraria, può essere che l'incontro con l'opera di Dostoevskij si produca in quei recessi formativi del lettore che non possono essere stimolati se non nell'unicum di un incontro esperienziale. O, per dirla più semplicemente, potrebbe darsi che l'opera di Dostoevskij costituisca un'esperienza differente dalla consueta esperienza letteraria?
In questo senso, si potrebbe dire che l'opera di Dostoevskij sia qualcosa di diverso dalla letteratura romanzesca. Qualcosa che banalmente si pone tra la letteratura e la filosofia e la psicologia senza essere nessuna di queste discipline. Si potrebbe dire che l'opera di Dostoevskij sia a sé, questo è stato detto ed è anche stato detto che non si è trattato di un filosofo né di uno psicologo, ma quel che non ho trovato detto è che l'opera di Dostoevskij abbia a che vedere con una formazione che si discosta di poco da quel che si forma attraverso l'esperienza reale di un accadimento o di un accidente reale. Quasi che l'opera di Dostoevskij, proprio per il suo pieno realismo, si ponesse nei recessi formativi del lettore in una zona più vicina alla memoria di un incontro reale che in quella zona relegata alla letteratura.
Così mi spiego la difficoltà, l'insopportabilità del rileggere l'opera di Dostoevskij: si tratterebbe di violare un carattere ormai acquisito che rientra nella sfera della realtà fisica.
Di conseguenza si pone una domanda, che, per estensione, dalla letteratura di Dostoevskij, si rivolge al campo della realtà: le proprie esperienze sarebbero sopportabili nel caso si avesse l'opportunità di riviverle realmente?

Soltanto in questo modo, almeno per ora, mi spiego la ritorsione dei sensi nell'affrontare una seconda volta l'opera di Dostoevskij così come, invece, viene naturale riprendere l'opera di Tolstoj, per esempio, per rileggerla completamente, prestandosi ad un gioco che è assai meno sconvolgente rispetto all'impresa di rileggere l'opera di Dostoevskij. Con l'opera di Tolstoj si interverrebbe su una parte che si dà alla rivisitazione e, quindi, alla revisione, ma con l'opera di Dostoevskij si dovrebbe intervenire su una parte più articolata, nell'intimo, forse più pregnante, meno disposta a lasciarsi scardinare per essere riordinata a propria discrezione. Poiché si trova in una regione che non ha a che vedere con gli artifici letterari. O, perlomeno, dato che in fondo realtà è pure artificio, correggendomi direi che ha a che vedere con le cose profondamente personali e, perciò, si commetterebbe un delitto nella sua rivisitazione.*



*Non che non si possano o non si debbano rivisitare le proprie esperienze personali. Piuttosto, ad ogni rivisitazione c'è qualcosa che muore oltre a qualcosa che nasce o rinasce rinvigorendosi. In questo consiste la mia visione, in questo contesto, di delitto.

9 commenti:

daszauberbuch ha detto...

Che considerazioni interessanti! Davvero anche parlare di sogni e di fantasie e di pensieri è realistico, perché anche il mondo onirico e puramente intellettuale contribuisce a determinare ciò che siamo - la realtà, dunque. E davvero la realtà interiore è quella che è più difficile riconsiderare e rivisitare, anche se devo dire che a me la rilettura di Dostoevskij non fa quest'effetto.

Bello per me scoprire questo blog e sentir parlare di Tolstoj e Dostoevskij, di Goethe e di Tasso, di tanti autori che amo.

Davinco De Mare ha detto...

Mi chiedo se, oggi, la realtà sia considerata nella sua interezza e mi chiedo se esistano tribunali disposti a visitarla in ogni sua parte.
Probabilmente la risposta è sì, esistono questi tribunali, ma manca il tempo e mancano i soldi per considerare tutti gli aspetti della realtà all'interno di un evento processuale, cioè tutti quegli aspetti che determinano anche un'azione criminale.
Immagina una pretura che discuta, seriamente, di ogni aspetto onirico riguardante le parti coinvolte in un caso. Si avrebbe una discussione filosofica ad ogni udienza. Una discussione intorno alla realtà.
Per me sarebbe un tripudio di civiltà e di giustizia un processo simile, ma non c'è il tempo e poi sarebbe considerato ridicolo e... pazzo. Ora infatti vige l'idea che è meglio essere ingiusti che essere considerati pazzi.

Questo per dire che il senso della realtà non è uguale per tutti e che mi fa piacere trovare una persona che considera l'intervento dei sogni e delle fantasie come parti costitutive, ma non principali (sempre a seconda dei momenti), della realtà. Grazie.

daszauberbuch ha detto...

Sì, sono d'accordo con te nel ritenere anche i sogni parti costitutive della realtà, nel senso che uno sogna "per davvero" o fantastica "per davvero", è qualcosa che fa realmente e che magari influenza poi il suo agire tangibile nel mondo; però se sogna di cavalcare un unicorno non l'ha cavalcato "per davvero", ma ha solo sognato "per davvero" di farlo! Dal suo sogno possiamo dedurre che lui è capace di immaginarsi un unicorno, non che gli unicorni esistono.
Proprio per questo, credo che la realtà possa essere "considerata nella sua interezza" solo in determinate occasioni, ma nella maggior parte dei casi bisogna stare molto attenti. Un processo come quello che descrivi non mi sembrerebbe "pazzo" (semmai kafkiano... ;-) ), ma piuttosto pericoloso.
Amo le discipline umanistiche, ma quando si passa dall'ambito soggettivo delle opinioni a quello oggettivo dei fatti (e su questi dovrebbero basarsi i processi, e non solo i processi) diffido di tutto ciò che non è incontrovertibilmente dimostrabile, sperimentabile e ripetibile, confutabile. In sede processuale, una perizia basata sulle scienze galileiane (balistica, ad esempio) darà un risultato abbastanza certo; già una perizia psichiatrica invece mi pare abbia un valore discutibile, perché è altamente manipolabile. Quando si finisce nel campo del "quot capita, tot sententiae", il terreno diventa franoso. Discutendo gli aspetti onirici nulla può essere davvero provato o smentito, dunque i verdetti di un simile tribunale rischierebbero di essere altamente faziosi e ingiusti. Si suol dire che non si può fare un processo alle intenzioni - e per fortuna. Per fortuna, non si può farlo nemmeno ai sogni, che come le intenzioni sono reali (nel senso che esistono, perché sono stati sognati o pensati), ma il cui contenuto in verità non esiste, perché non è riscontrabile e rilevabile nel mondo reale. Se poi il comportamento di qualcuno riflettesse il suo mondo onirico, questo sarebbe un dato di fatto reale, ma gli altri possono conoscere, valutare e giudicare soltanto il comportamento in sé, non il sogno che l'ha causato, che resta inconoscibile per tutti, fuorché per chi l'ha sognato.

Giulia

Davinco De Mare ha detto...


Aspetta, forse non sono stato chiaro. Provo a rimediare.

La pretura che si adopera in un dibattito filosofico sui sogni e sulla realtà è un modo ironico per rimarcare quell'insufficienza di senso di civiltà e di giustizia che, ora, sembrerebbe diffusa.

La civiltà e la giustizia, in un sistema giuridico, non consistono nella sola attestazione di colpa, ma si svolgono pure nella comprensione, nell'accettazione, nella reintegrazione di un essere umano che si è reso responsabile di un crimine: nella nostra partecipazione alla sua riabilitazione.

I valori di giustizia e di civiltà credo che potrebbero essere stimolati anche attraverso una maggiore attenzione verso la sensibilità individuale, considerando in ogni aspetto la realtà di una persona.
Perché non considerare i sogni, le fantasie, le aspirazioni come parti integranti ma, ripeto, non principali, di una persona che ha sbagliato? Non credo ci sarebbe nulla di ridicolo in questo, ma molto di civile.
Piuttosto, come dici bene tu, la cosa sarebbe scriteriata se una corte si orientasse sui sogni e sulle fantasie per processare un uomo. Ma questo non è il caso di dirlo, perlomeno non qui. Abbi fiducia, ti assicuro che le cacce alle streghe, le Inquisizioni, sono quanto di più distante da me.

Se uso la parola "pazzo" è perché nel termine pazzia comprendo quel grado di pericolosità cui tu ti riferisci.

Insomma, Giulia, spero di essermi chiarito e spero anche di non essere stato troppo reciso o affettato con te, tanto da apparirti scortese. Non lo vorrei mai. Tanto più che in questo blog tu sei una mosca bianca.

Giulia ha detto...

Non sei stato affatto scortese, non preoccuparti. :-) Ma hai modificato il commento in seguito o sono io che la prima volta non l'avevo letto sino in fondo? Perché altrimenti ti avrei rassicurato prima, a questo proposito.

Non ti avevo risposto perché mi trovavo semplicemente d'accordo con te sul fatto che non si processano i sogni e i pensieri e che, parlando brutalmente di processi, d'altra parte, non si possono usare nemmeno come attenuanti ("parti integranti, ma [...] non principali"). Io direi che si giudicano i nudi fatti, senza buonismo e senza cattiveria (sine ira et studio); poi, in un momento successivo a quello del giudizio e della comminazione della eventuale pena, conoscere i sogni e le aspirazioni di una persona può essere molto utile per aiutarla a riparare il male commesso e trovare la sua strada nel bene: per la sua riabilitazione e reintegrazione nella società, come appunto tu scrivi.

Grazie per essere passato da me e aver lasciato parole così belle, un regalo inaspettato.

Giulia

Davinco De Mare ha detto...


Il commento l'ho modificato in più tempi perché mi sembrava poco chiaro quel che ti scrivevo. Poi sono un po' orso... sarà l'abitudine a vivere in un bosco :) Così mi veniva il rammarico di essere stato un po' troppo deciso, con il rischio di essere considerato scortese da te... Cosa che non vorrei perché quello che ti ho scritto lo penso sul serio.

Quando penso ai processi mi viene in mente quella canzone inglese che De André cantò in italiano: "impiccheranno Geordie con una corda d'oro, è un privilegio raro: rubò sei cervi nel parco del re vendendoli per denaro".

Non conterei mai soltanto i fatti in un processo, ma farei dei distinguo caso per caso valutando le motivazioni degli imputati. Perché il mio giudizio risulti il più giusto ed il più umano possibile. Ma questo dipende dalla sensibilità del giudice, che in alcuni casi se la deve sbrigare non soltanto con il caso in sé, ma pure con tutto ciò che ruota intorno al caso finendo talvolta per dare giudizi ingiusti, ma non pazzi secondo quelle forze che l'hanno portato a giudicare in quel modo.
Il film "Nel nome del padre" spiega bene questo caso.

Quindi le motivazioni di una persona le considero parte fondamentale per arrivare al giudizio, non successiva ad esso.
Il fatto di un furto, per esempio, è riprovevole, ma se penso alla metafora di Prometeo che ci ha fatto uscire dall'oscurità grazie al furto, dove rubò il fuoco degli Dei ad Efesto... il furto mi sta più simpatico, e non trascuro che la mia liberazione si fondi su un atto immorale.

Più concretamente, se tu dovessi rubare ed io fossi il tuo giudice, non ti giudicherei guardando soltanto al furto in sé, ma cercherei di conoscerti per capire perché hai rubato. In questa conoscenza apprenderei le tue fantasie e i tuoi sogni, tutto in funzione del giudizio che ti darò. Pensa come cambierebbe il giudizio se venissi a sapere che hai rubato per dare da mangiare ai tuoi figli, perché non hai nessuno che ti aiuti.

Perché, Giulia, "ognuno di noi è colpevole per tutti" e se non possediamo quei valori di compassione e di pietà che ci rendono umani rischiamo di rendere la nostra vita una pena senza fine.

Giulia ha detto...

In realtà siamo sulla stessa lunghezza d'onda, ma non ci siamo capiti. :-)
L'incomprensione nasce dal fatto che la motivazione che spinge al reato, dal mio punto di vista, è un fatto - non una fantasia o un sogno - e quindi può e deve essere tenuta presente.

Un fatto è qualcosa che può essere provato, smentito o verificato, mentre un sogno è qualcosa che non si può verificare.
Si può appurare se una persona ha commesso un furto per necessità o meno, un omicidio per legittima difesa o meno; ed è sacrosanto giudicare di conseguenza. Anzi, suppongo che il giudice sia tenuto a farlo.
Quindi, se fossi io il tuo giudice, sicuramente mi curerei di appurare anzitutto se davvero hai commesso il reato e poi per quali motivazioni, in che contesto eccetera. Non per questo mi spingerei a voler conoscere tutto di te, perché sarebbe un'intrusione indebita nel tuo privato e comunque riterrei di dover basare la mia sentenza esclusivamente su ciò che riguarda il fatto che è successo (ovviamente con tanto di modalità, motivazioni, tuo comportamento in seguito - ad esempio se ti sei costituito, o hai tentato in qualche modo di riparare al danno commesso eccetera).

Sogni e fantasie possono essere fondamentali in seguito, ad esempio per fare in modo che un condannato, mentre sconta la sua pena, impari un lavoro onesto per cui avrebbe una passione cui non ha mai potuto dar seguito e che lo renderà una persona nuova, garantendogli un futuro onesto e sereno.

Mi spiace comunque per aver dato il la a questo lungo dibattito "giudiziario" non esattamente in tema con il post... L'argomento è interessante per me, che in un mio scritto (si potrebbe definire un giallo storico) affronto implicitamente il tema della colpa e del giudizio. Lì, peraltro, metto in bocca a un personaggio parole che anch'io condivido e che somigliano alle tue: tutti noi commettiamo errori e ci troviamo talora nelle condizioni di aver bisogno della compassione altrui... dunque perché non dovremmo averne per gli altri?

Dev'essere bello vivere in un bosco!! :-)

Davinco De Mare ha detto...

Sì, ci troviamo OT. La colpa però è mia che ho gettato il sasso per primo.
Perciò, per rimanere un poco "pertinenti" con il tema, ho citato Dostoevskij.

Sarei curioso di sapere come hai considerato la questione della coscienza individuale nel tuo giallo... Ma il rischio di annegare in quell'oceano che sono gli OT vorrei evitarlo.
Se ti va di discuterne privatamente, la mia mail è a tua disposizione.

Poscritto: la vita nel bosco è bella, certamente, e ti fa accorgere di cose che i cittadini non vedono. Se dai una scorsa ai vecchi post troverai la foto della casa nella quale abito. E' la mia Jasnaja Poljana ;)


Giulia ha detto...

Anch'io ero tentata di citare Dostoevskij, ad esempio i sogni e le fantasie che Raskolnikov elabora a giustificazione dell'omicidio della vecchia usuraia (e che non gli fanno certo onore).

Per parlare di quella questione dovrei raccontarti la trama, finale compreso... cosa che ti impedirebbe poi di leggere con gusto il libro (mi pare impossibile che possa mai essere pubblicato, ma spes ultima dea). ;-)

Bella la tua Jasnaja Poljana! :-) Poi io amo la montagna.