mercoledì 8 giugno 2011

A proposito di "toys"


Già da piccolo, nella mia infantile inconsapevolezza, nella mia purezza violenta, soffrivo di quei ninnoli e di quei giocattoli che sarebbero diventati un giorno - credo oggi -, una rassegna di ricordi per i nostalgici. In quei giocattoli trovavo un’invadenza alla mia arcaica pulsione verso la vita. Erano il filtro che distorceva il sentire le cose, gli alberi, i rumori… e si aggiungevano i rumori delle costruzioni cresciute all’improvviso, per separarmi irrimediabilmente da quel che percepivo essenziale e incontrovertibile. Ma mi sbagliavo: ogni cosa scompare.
Erano i giocattoli che non soffrivo. Me ne sbarazzavo, li rendevo quel che erano: aberrazioni. E man mano che li distruggevo avvertivo intorno a me un diradarsi di persone, un incipiente isolamento che mi scartava dagli affetti e dalle consuetudini del relazionarsi “a dovere”. Col mio stesso principio di affezione verso ciò che sarebbe stato vero e necessario, così mi rastremavo negli angoli sempre più esigui dove sviluppare le mie repulsioni e sfogare le mie attrazioni. Ma le costruzioni si sono ingigantite, gli angoli nei quali appartarsi si sono frammentati, i giocattoli si sono moltiplicati; e per me che provavo un’istintiva forza nello spogliarmi dei vestiti, nel mostrare la mia carnalità, oggi quei ricordi sembrano estinti. D’improvviso sono rimasto solo. I giocattoli erano la malattia del gioco, me ne accorgevo appena ne scoprivo il segreto. I giocattoli erano ciò che annientava l’approfittare dei bastoni per ricavarne una lancia o un fucile e dimostrare, così, il proprio attaccamento alla vita proprio testando la minaccia della guerra contro la vita.
Ed ora che i giocattoli si sono decuplicati, ho il timore di ritrovare un’infinità di bambini che non apprendono il reale giocare. La conseguenza sarebbe un mondo privo d’arcaicità, senza gli scandali profondi della carne, e di questo il mio rammarico cresce.



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