venerdì 14 maggio 2010

Parvulos de Paris


La notte l'ho trascorsa girovagando per la città per perdermi in una delle mie insonnie non così rare, che governano gli istanti della mia vita con sogni terribili alternati a lucidità terribili, allucinazioni e eccitazioni nervose che arrivano a procurare addirittura minuscoli tremolii delle gambe, altrimenti vibrazioni delle dita e dei dorsi delle mani - però senza provare malessere: semplicemente il mio corpo si scatena nelle sue fissazioni, che si placano appena mi metto in moto.
Sono in tensione.

Un organismo costantemente in tensione trova la sua distensione tra le svolte di un labirinto, per questo sono uscito per percorrere i vicoli di una capitale bianca dove mi trovo in questi giorni: Parigi, che somiglia ad uno sconfinato sepolcro imbiancato; la metropoli è costruita su una miriade di catacombe che forse sono meno paurose rispetto ai “loculi” di superficie, cioè le abitazioni. La gente stenta - a ragione - a chiamare “casa” questi loculi, nonostante li abiti.

Se dovessi mettere dei fiori alle porte di queste abitazioni, credo che la città ne guadagnerebbe in onestà: del resto un cimitero senza fiori è come un prato senza bimbi e
qui la notte, di bimbi, non ce n’è, ma si intravedono solamente dei profili che appaiono e scompaiono tra le traverse dei vicoli come lumini, profili che rovinano in terra con straordinaria sollecitudine forse per paura di quel che hanno visto altrove, forse di giorno.

Passeggiando in solitudine, un uomo di quarant’anni al centro di un marciapiede era accovacciato, forse dormiva, con una barba sporca e stopposa che si contorceva in nodi spessi sotto il collo; un altro uomo era ai piedi di un muro, sdraiato su dei cartoni con una coperta. Era magrissimo, il viso scoperto, glabro se non per delle basette rossastre e, per tanto che fosse spigoloso di viso, faticava a confondersi con le grate sulle quali era sdraiato. Un altro ancora, nella zona di St. Marcel vicino al mercato biologico non distante dal Boulevard Arago, accanto ad una pensilina artigianale di una metro di quelle antiche era disteso a pancia in giù, senza coperte e con la maglia strappata e i pantaloni e le mutande abbassate sotto la vita; il corpo era robusto, ma un braccio credo che fosse atrofizzato per via, credo, di una emiparesi. Nel voltarsi l’ha sostenuto con l’altro braccio; il viso, una guancia non corrispondeva ai movimenti dell’altra.


Ho trovato, a Place d'Italie, una ragazzina di sedici o diciassette anni che stava appoggiata contro una colonna d’un edificio vicino ad un’altra pensilina. Era minuta, i capelli molto lunghi, lunghi fino ai fianchi, d’un nero corvino che dondolavano assieme alla testa, appariva ubriaca. Le mancava una scarpa, che ho ritrovata dietro l’edificio: nel riconsegnargliela la ragazza mi ha sorriso, ma sembrava che il viso fosse lì lì dal caderle dalla faccia, tra un’espressione delle più fiacche. Nel rimettersi la scarpa questa ragazza è inciampata su sé stessa, ha picchiato il naso contro il lastricato e le ho ripulito il sangue; nel contatto con il corpo, la debolezza dei muscoli che le sentivo addosso la rendeva molto pesante.

Una donna, minuta anche lei ma sui sessanta, i capelli ricci e grigi, camminava a quattro passi da noi mormorando in spagnolo – perlomeno, sembrava spagnolo quella lingua che ha gridato rivolta verso un gruppo di ragazzi sui trenta, algerini, che non si sono curati troppo di questa donna dall’aspetto come d’una nutria invecchiata.

Ho abbandonato questo distretto per dirigermi verso Austerlitz, dove ho
cercato il portoncino di un palazzo abitato da Mirelle, un’amica che fa la prostituta. Appena entrato nell’appartamento strettissimo, un vano sordido e scuro, un ragazzino di forse undici, dodici anni che dormiva sul divano accanto all’ingresso ancora svestito, solo girato su un fianco, restava nudo sotto una piccola raffigurazione (una stampa naturalmente) della Madonna di Pompei.

Con Mirelle ci siamo diretti in cucina e, rivestendosi mi ha indicato il ragazzino dicendomi: «Paris… hécatombe des enfants.»
«Sì Mirelle, hai ragione» le ho risposto, ed abbiamo riso svegliando il ragazzino che, vedendomi accanto a Mirelle mentre lo guardavamo si è agitato, e ha pensato di andare via. Così ho trascorso questa notte parigina, in questo sconfinato sepolcro dai tetti imbiancati.

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