Parvulos de Paris
La notte l'ho trascorsa girovagando per la città, per perdermi in una delle mie insonnie non così rare che governano gli istanti della mia vita con sogni terribili alternati a lucidità terribili, allucinazioni e eccitazioni nervose che arrivano a procurare addirittura minuscoli tremolii delle gambe, altrimenti vibrazioni delle dita e dei dorsi delle mani. Il mio corpo si scatena nelle sue fissazioni, che si placano appena mi metto in moto.
Sono in tensione.
Un organismo costantemente in tensione trova la sua distensione tra le svolte di un labirinto. Sono uscito dal mio stambugio per percorrere i vicoli della capitale bianca dove mi trovo in questi giorni: Parigi, che somiglia ad uno sconfinato sepolcro imbiancato. La metropoli è costruita su una miriade di catacombe, che forse sono meno paurose rispetto ai “loculi” di superficie - le abitazioni. La gente stenta a chiamare “casa” questi loculi, nonostante li abiti. Se dovessi mettere dei fiori alle porte di queste abitazioni, credo che la città ne guadagnerebbe in onestà. Del resto un cimitero senza fiori è come un prato senza bimbi e qui la notte di bimbi non ce n’è: si intravedono dei profili che appaiono e scompaiono tra le traverse dei vicoli... Sono lumini questi profili, che rovinano in terra con straordinaria sollecitudine: è la paura di quel che hanno visto altrove a far cedere loro le gambe, forse per ciò che videro durante il giorno.
Un uomo di quarant’anni, al centro di un marciapiede, era accovacciato su sé stesso, forse dormiva; la sua barba sporca e stopposa si contorceva in nodi spessi sotto al collo.Un altro uomo era ai piedi di un muro, sdraiato su dei cartoni. Una coperta lo copriva a stento, lasciandogli scoperti i piedi. Era magrissimo, il viso era scoperto, glabro se non per delle basette rossastre; per tanto che fosse spigoloso, il viso faticava a confondersi con le grate sulle quali era appoggiato.
Un altro uomo ancora, nella zona di St. Marcel, vicino al mercato biologico, non distante dal Boulevard Arago, accanto ad una pensilina artigianale di una metro di quelle antiche era disteso a pancia in giù, senza coperte, con la maglia strappata e i pantaloni, le mutande, abbassate sotto la vita. Il corpo era robusto, ma un braccio credo che fosse paralizzato: nel voltarsi l’ha sostenuto con l’altro braccio. Il viso: una guancia non corrispondeva ai movimenti dell’altra. Sì, riconobbi gli effetti di un ictus cerebrale.
A Place d'Italie una ragazzina di sedici o diciassette anni stava appoggiata contro una colonna di un edificio, di fronte ad un’altra pensilina. Era minuta, i capelli lunghi fino ai fianchi, d’un nero corvino, che dondolavano insieme alla testa. Appariva ubriaca. Le mancava una scarpa: l'ho ritrovata dietro all’edificio. Nel riconsegnargliela la ragazza mi ha sorriso - eppure sembrava che il viso fosse lì lì dal caderle dalla faccia, tra un’espressione delle più fiacche. Nel rimettersi la scarpa è inciampata su sé stessa, ha picchiato il naso contro il lastricato, non ha gridato. Le ho ripulito il sangue. Nel contatto con il corpo, la debolezza dei suoi muscoli la rendeva molto pesante.
Una donna, minuta anch'ella, sui sessanta, i capelli ricci e grigi, camminava a quattro passi da me mormorando in spagnolo – perlomeno, sembrava spagnolo quella lingua che ha poi gridato rivolta verso un gruppo di ragazzi sui trenta, algerini, che non si sono curati troppo di questa donna dall’aspetto come d’una nutria invecchiata.
Ho abbandonato questo distretto per dirigermi verso Austerlitz, dove ho cercato il portoncino del palazzo abitato da Mirelle. Appena entrato nell’appartamento strettissimo, un vano sordido e scuro, un ragazzino di forse undici, dodici anni che dormiva sul divano accanto all’ingresso, ancora svestito, solo girato su un fianco, restava disteso sotto una piccola stampa della Madonna di Pompei.
Con Mirelle mi sono diretto in cucina e, rivestendosi, ha indicato il ragazzino. Ha detto: «Paris… hécatombe des enfants.»
«Sì Mirelle, hai ragione» ed ha riso svegliando il ragazzino. Vedendomi accanto a Mirelle mentre lo guardavamo si è agitato: si è rivestito, è volato via.
«Sì Mirelle, hai ragione» ed ha riso svegliando il ragazzino. Vedendomi accanto a Mirelle mentre lo guardavamo si è agitato: si è rivestito, è volato via.
Così ho trascorso questa notte parigina, in questo sconfinato sepolcro dai tetti imbiancati.