martedì 26 novembre 2013

Courage!


Da due settimane combatto contro la legna.

Dopo aver tagliato quei sessanta quintali di servaj, come si dice da queste parti, di legna povera che in parte mi sono fatto portare in pezze da due metri e in parte ho raccolto lungo il torrente, guardo fuori dalla finestra e vedo venti quintali ancora da spaccare, la catasta di legna ancora da finire e... la neve, che cade sul telo che ho steso sia sulla catasta non finita sia sui venti quintali che restano in attesa di essere spaccati.

Ora, a forza di tagliare legna taglio anche le patate con la motosega, non riesco più a sentire cosa mi dicono le persone e tremo, tremo senza sosta, la qual cosa rende pazzi/divertiti i gatti che zampettano mentre zampetto con loro, anche nel sonno, mio malgrado.


E poi, c'è la biblioteca.

Suscito "favole" da qualche tempo a questa parte nella sala di consultazione, dove già si dice che io legga roba da far chiudere lo stomaco: “Guardate quello come trema, guardate quello come sfoglia i libri, guardate come li spacca, guardate come li accatasta e come se ne va di qua e di là zampettando.”
E i topi di biblioteca scappano e la biblioteca rimane vuota.

Dovrei scappare anch'io. Non sono forse un topo di biblioteca?
O forse sarò un topo un po' "dappertutto", ma già lo faccio: scappo. Se un errore mi porta a vedere me stesso, mi volto e scappo.

Ora sono così istruito sul mio aspetto di spalle che fugge, che il mio viso l'ho scordato. Di me resta il ricordo di un uomo tuttoschiena o solonuca e mi stupisco ogni volta che sento descrivere il mio viso, tanto che ne vorrei uno anch'io così: così brutto, così strano, così...

Forse è questo quel che succede quando si guarda non soltanto a se stessi, che non ci si vedrà mai nell'interezza, ma allo stesso mondo degli altri.
Lo si fa scorgendone ogni tanto le spalle, ogni tanto la schiena, ogni tanto i polpacci, che sarebbero anche un bel guardare, e si prova a ricostruire quel mondo attraverso i pochi pezzi che fuggono come un'intuizione. Un po' per caso un po' per calcolo, diamo così al mondo un volto che non vediamo e non vedremo del tutto. Quei pezzi sono sempre troppo in basso o troppo indietro, come una nuca, rispetto al naso di quel mondo che se ne va chissà dove e che noi, proprio noi, manchiamo.
Mi chiedo: chi lo sa se perdoneremmo i nostri polpacci, i nostri talloni quando li scoprissimo attraverso gli occhi di quei mondi che indaghiamo.


Ps L'ultima fotografia rappresenta abbastanza bene il mio modo di vivere, la mia povertà: il boiler a legna, per l'acqua calda. Ma non è veramente povertà, la mia, perché ho tutto quel che mi serve. La povertà si misura dalla disponibilità dei beni, se sono in linea con le nostre aspirazioni: sarà forse un'altra cosa questa, che c'entra con il mio risultare voltato di spalle rispetto ad un mondo che trovo feroce, troppo feroce per me. Feroce negli affetti, feroce nelle sue creazioni. Feroce anche quando si mostra timido. Feroce nel suo cavalcare tanti stereotipi che anch'io verrei relegato in uno di questi; e chissà quale sorpresa quando si conosce la persona, quando si affronta questa fatica e si scopre che si è mancato in qualcosa in quella volontà di inquadrare quel che, con feroce leggerezza, si è esaurito attraverso la nostra terza, eccitata bolla analittica. Pazienza.
Forse, quel che si può fare se si vuol perseguire una vita, è darsi alla formazione di un mondo che chiede la nostra abnegazione e la nostra onestà per esistere. Ed è anche così che si dà un esempio per quei mondi che si vorrebbero stabilire e che si chiama, anche questa, appartenenza. Courage.

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