mercoledì 6 aprile 2016

Anna, Teresa e Emma (vagolando un po')


E se raccontassi di Anna, Teresa e Emma che si accompagnano insieme per una strada di Parigi, mettiamo lungo la discesa di Rue du Pas de la Mule che è quella traversa, presa dal Boulevard Beaumarchais, che porta al giardino di fronte alla casa di Hugo?
E' in quel giardino che ho trascorso molti pomeriggi di primavera a leggere, soprattutto Gide, attorniato da gente, tanta gente sdraiata sul prato del giardino. O seduta sulle panchine.

Emma Bovary la vedo approfittare di ogni occasione per dileguarsi; Anna Karenina sarebbe sempre più pallida, verrebbe considerata un po' malaticcia e forse altezzosa.
E Teresa, Teresa Raquin, non ho dubbi che direbbe senza sosta: "guarda quel pittore!, guarda quell'artista!" e ammiccherebbe sia all'artista che al pittore, perdendo poi la testa per un panettiere. Capita.

Rimane l'idea che ci sia un filo conduttore tra i tre personaggi che ho citato.

In un secolo e mezzo hanno passeggiato l'Europa - moltissimo! E le ho viste spesso spuntare dai “loculi” di Parigi, che sono gli appartamenti della bianca, sepolcrale città francese, e davvero mai le ho viste a San Pietroburgo. Le vedo però spuntare ora e spesso tra i frassini del bosco nel quale vivo ritirato, decisione istintiva per consegnare alla mia morte una goccia di splendore. Senza corrompermi, per dirla con De André, nel gioco delle furbizie da primo gradino, quello più alto, dell'immagine, del ritorno, degli interessi... Altre storie.

Anna, si potrebbe dire, perché era a Parigi? La città sarebbe più adatta ad Emma e a Teresa. Eppure, in Anna Karenina c'è qualcosa di talmente franco che è difficile pensarla russa. Tuttavia i samovar, le troike, il ghiaccio, i pattini... Tutto ciò la rende russa, almeno nell'ambiente che la circonda.
Mi sembra per questo che Tolstoj debba molto a Flaubert, e con lui Zola. E che tutti e tre debbano tantissimo a Alessandro Manzoni, alla "sua" monaca di Monza. O Signora di Monza. E che Manzoni debba appunto moltissimo a Suor Virginia de Leya, la Signora. E che lui dovesse abbastanza a quel monsignore che gli permise il prestito del processo alla Signora, e che noi dobbiamo anche al Dandolo la ricerca su questa figura nonostante le controversie che lo implicarono; e, insomma, che si debba sempre qualcosa a chi riesce a rendere pubblico quel materiale che appartiene agli archivi delle diverse curie, in questo caso, che non sono così segreti né inaccessibili. Insomma, si deve.
Ad esempio, si deve anche la ricerca del Mazzucchelli sul processo alla Signora di Monza.

Ma questi sono temi scarsamente o, per meglio dire, per nulla popolari; si tratta di retroscena che costituiscono il materiale per studiosi e scrittori; o, almeno, per scrittori intenzionati a far della propria penna una professione, certi che si tratti, quello della scrittura, di uno dei lavori più pericolosi per la sanezza di un essere umano. Poiché potrebbero ripercuotersi, le loro parole, le loro storie, non soltanto sulla loro persona, ma sui loro affetti... E la ripercussione è raramente istantanea, germina anzi nella loro emotività in una sorta di angosciosa, forse esaltata, attesa di persecuzione. A distanza di decenni dalla pubblicazione, uno scrittore potrebbe subire danni, rovine, catastrofi... Casomai esistesse una coscienza perfetta ed una profonda consapevolezza, l'evento della pubblicazione sarebbe concepito come un evento orrendo, temuto e ripudiato - se non fosse che tale coscienza, che ha a che fare con una sorta di spiccato senso d'incolumità esteso agli oggetti riflessi dalla propria persona, sia battuta, e di molto, e molto spesso, dai canti delle sirene, dai venti di una dubbia vanità. Scrivo "dubbia" perché per mio si ha a che fare più con l'affermazione di sé, del proprio ego, che è questione d'istinto prima ancora che di ragione, piuttosto che di vanità.
Il dramma di chi scrive e ritrova il proprio libro su uno scaffale di una libreria, esposto magari alla Feltrinelli di Bologna, per dirne una, sotto le due torri, mentre lì fa una visita insieme ad un'amica - ipotizziamo - e ritrova il suo titolo, la sua colpa, su uno scaffale, esposta al pubblico, ho paura che rimarrà un esclusivo, durissimo dramma privato che attiene alla categoria della persecuzione e che non è tuttora chiarito. Certamente, quindi, degnissimo di essere raccontato.

Ma, Flaubert. Nei termini ottocenteschi, è stato lui a rappresentare un personaggio femminile dal seguito tanto popolare e dalla portata tanto potente. Potente e scandalosa forse un tempo, si penserà, perché oggi si dice che tali caratteri non siano più presenti. Io dubito di questo, dubito moltissimo avendo esperienza delle famiglie, non soltanto italiane, delle concezioni sulle quali reggono queste famiglie. Affermare oggi che le famiglie reggono, si fondano, proseguono su concezioni astratte, sembrerebbe anacronistico e fuori luogo. Mi aspetto questa critica. Errore. La riprova che si fa un errore la si trova quando si percepisce, per non dire ci si scontra, con le barriere che sono i lacerti di quelle stesse concezioni su cui si fondano tali famiglie.

Anna, si dirà quindi, ormai, che sia la prassi; Teresa certamente un'aspirazione. E Madame Bovary? Un accidente, anche se si tratta di un accidente che raggiunge un che di eccezionalmente lodevole. Lodevole nel fuoco, non negli effetti.
In realtà sarebbero tutte e tre scandalose ancora oggi perché il mondo sarebbe cambiato soltanto nel vestire. E se si tenta di guardare un po' al passato, verso Anna, Teresa, Emma per esempio, ed un po' verso il presente, ci si ritrova con quella sensazione di smarrimento e di nostalgia per un che che si è idealizzato, più che vissuto. E non si riesce comunque a trovare la quadra e ne riesce così un post come questo, che è la quotidianità, che serve più a rappresentare qualcosa che a raccontare qualcosa. Non si riesce a fermare quel qualcosa, ma i poeti ci riescono.
 

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