lunedì 10 maggio 2010

L'Uomo Ridicolo, l'impossibile bellezza ed una preghiera in gennaio (appunto brevissimo su Dostoevskij)


“Sono dotato di una tale dose di cattiveria da affossare tutte le guerre del mondo. Sono anche brutto, per rappresaglia. Fascino zero. Forse sono malato di fegato, ma non mi curo, così imparano.”

Così esordiva Gaber ne “l’Anarchico”, in Anni Affollati nel 1981. Qui è la voce dell’essenza dell’uomo delle ‘Memorie’ di Dostoevskij, psicologia così bene esaltata da Nietzsche che ebbe ad appuntare sull’autore russo: “il mio grande maestro”. Ma, forse, di più: si sintetizza qui un intero umore di Dostoevskij (uno tra gli sconfinati umori dell’Autore), delle Memorie: l’ombra di un uomo od un uomo completamente rivelato, che parla agli uomini dal profondo della sua oscurità, dall’origine: perché è nell’oscurità che consiste la condizione primigenia d’ogni uomo, prima ancora della sua concezione fetale.

L’uomo di Gaber, che sputa sprezzante e violento sugli uomini e che cerca di colpirli, ma che se ne scorge uno a terra, riverso nel sangue, ha un fremito sconosciuto, una sorta di dolce pietà che vuole immediatamente fuggire perché lui non può provare pietà, è l’uomo più che dannato e, forse, uno degli uomini più che attuali delle Memorie. Lui disprezza gli uomini, lui disprezza il mondo e, nonostante ancora costretto in un germe che precede l’affezione ideale agli uomini pure se nel contatto diretto li disprezza, l’uomo delle Memorie ritorna in Dostoevskij sotto le sembianze dell’uomo ridicolo o sotto le sembianze di una impossibile utopia.
Ma è l’uomo ridicolo l’uomo davvero liberato dall’inganno del mondo.
― Nell’insistenza della visione orientale che, in una contorsione ortodossa della concezione Vedica o addirittura Mazdeica o persino, ma più recente, di Gnosi (Gnosticismo), smette ogni esistenza mondana quanto l’estremità di un Brahma o di un più immediato “risvegliato”, l’uomo ridicolo parrebbe l’asceso russo nel suo significato. Eppure, ancora, nell’Uomo Ridicolo asserragliato nella sua stanza, di fronte alla pistola, teso a “farla finita” e, ricordiamolo, del tutto libero dall'inganno del mondo, è l’umanità di non sostenere tanta liberazione. Il risveglio Brahminico, “Hessiano” o Schopenhaueriano dai limiti universali non è sostenibile dall’uomo, da quest'uomo: una bambina lo strattona, lo supplica, piange, la strada è deserta, è notte, l’uomo ridicolo cammina: “la mammina, la mia mammina sta morendo!” dice la bambina, ma l’uomo ridicolo prosegue perché ormai lui è libero, libero dagli stratagemmi dell’abietto mondo per trattenerlo confinato nella ripetizione della sofferenza: il patimento della piccina, le sue lacrime, sono l’ennesimo inganno per trattenerlo quaggiù: “non bisogna cedere alla suggestione del mondo”. Eppure, rientrato in casa, l’uomo ridicolo non riesce più nella sua intenzione di abbandonare la vita, non prova più l’alterigia né il disprezzo per la piccina e, d’improvviso, una profonda pietà lo dissuade. Qui è il perfetto capovolgimento del sistema Sartriano di un uomo che prova pietà solo nella visione del sangue. Questo capovolgimento consiste, nel sistema Dostoevskijano, nell’uomo che, nel contatto con gli uomini, li ricaccia e che, tra le sue mura, sprofonda nella sconfinata compassione per loro. (L’Anarchico di Gaber usa le parole di Dostoevskij sul fondo de “Il Muro” e de “La Nausea” di Sartre, stranissima miscela operata dal milanese.)

La tendenza più che letteraria di Dostoevskij si riduce così nel: “dove sbaglio? Questo il fatto, qui il pensiero, e, d’improvviso, si confonde ogni chiarezza…: io non posso abbandonare il mondo pur conoscendo la verità originale, cioè la sua menzogna!”. Quindi, conclude, “che la verità dell’uomo coincida esattamente con la falsità del mondo? Che senza falsità, senza menzogna, l’uomo sia nullo?" Insomma, per essere sentita vera dagli uomini, la verità deve possedere falsità e menzogna e così il sofferto ridicolo deve morire nella sua ambiguità.
Nel Dostoevskij dell’Idiota, quel bello puro e ridicolo, non contaminato dalle fisime mondane, pone la domanda: come potrebbe apparire agli occhi del mondo una creatura così bella e così pura?
Ridicola, ridicola perché immonda.
Il mondo, l’idea di bellezza nel mondo, non vuole una bellezza che sia pura. La vuole uguale a sé stesso. La vuole segnata di sofferenza e bassezza altrimenti non la riconosce. E così il principe Myškin vive in questa irriconoscenza.
Solo a tratti gli uomini ne scoprono l’alta bellezza, ma questi tratti, questi barlumi di rivelazione, sono attimi, scompaiono in un istante appena il mondo prende gli uomini per le loro basse trame, per la loro folle impurità, e li rende umani proprio come se la bellezza fosse un segreto da incontrare nel sogno, solo nel sogno. E così, quando gli uomini vanno per il mondo incontrando la bellezza originale, la condannano a idiozia, sprovvedutezza, ingenuità e la beffeggiano e le gridano: “sei sogno tu, tu non sei reale. Va’ via!” e coprono con l’inferno ogni liberazione…

Insomma, quanti litigi e quanti slanci vi sono tra purezza e mondanità, e quanto spirito di redenzione si muove nelle opere di Dostoevskij. L’impossibile redenzione dalla falsità del mondo, l’impressionante tendenza al “bello e sublime” così lontano dalle trame consuete del mondo, è quello stesso mondo che tenterà l’Autore ad ogni passo con la malattia, il castigo, la miseria e la morte: una morte in gennaio, quando l’inferno si raffredda. Di gennaio fu la complicazione Dostoevskijana, la sua dipartita… e non per caso si cantò il gennaio in preghiera da un nostro Fabrizio De André dedicato al Tenco, scomparso nella terribile stanza 219. Lo stesso gennaio che, per profetica combinazione, si prese il cantore genovese… e gennaio, che avrebbe tolto Gaber alla vita. Quel Gennaio, che strappò Dostoevskij al mondo.

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